“LA LUNGA MARCIA NEI CALL CENTER”Traggo dallo stesso alcuni spunti:
Prime analisi e valutazioni sulla vertenza “call center”
SINTESI PER LA STAMPA
Roma, 3 maggio 2007
Quelle che seguono sono prime valutazioni “a caldo”, al termine di una vertenza (o meglio della fase iniziale di una vertenza) che ha visto la CGIL – e in particolare la SLC – impegnata a “de-precarizzare” un settore simbolo di “cattiva occupazione” e diritti negati: quello dei call center in outsourcing. (...)
Più dell’86% sarà assunto direttamente con contratto a tempo indeterminato (la maggior parte senza neanche il periodo di prova), al termine di 2 anni (tanto durano i contratti a termine o i contratti di apprendistato) la percentuale salirà al 98% del totale. La maggiorparte degli stabilizzati è nel Sud Italia. (...)
Come SLC-CGIL non ci siamo accontentati però “solo” di stabilizzare i tanti precari del settore. Occorreva ed occorre infatti “un’iniezione di giustizia sociale” superiore alla norma, visti gli abusi che questi ragazzi hanno conosciuto. Abbiamo allora concentrato tutti i nostri sforzi non solo a garantire contratti a tempo indeterminato, ma anche a garantire il maggior numero possibile di “ore contrattuali”.
Per avere un riferimento indicativo un lavoratore part-time a 20 ore guadagna al 3° livello del CCNL circa 600 euro netti al mese; tra i 720 e gli 850 euro un part-time a 30 ore; tra gli 890 e i 970 euro un part-time a 36 ore.
Il settore dei call center è chiamato oggi a compiere un salto di qualità. Per troppi anni questo mercato è cresciuto senza regole, in una competizione tutta basata esclusivamente sulla riduzione del costo del lavoro e quindi dei diritti. Così è esploso l’abuso dei contratti a progetto. Non perché l’organizzazione del lavoro fosse e sia, in queste imprese, basata su prestazioni di tipo autonomo, ma perché – più prosaicamente – i contratti a progetto (e ieri i co.co.co) costano poco: bassi salari imposti dall’azienda, assenza di un CCNL, pochi contributi. Diritti quasi zero.
Questo ha favorito la deresponsabilizzazione dei grandi committenti, pubblici e privati, che - colpevolmente – hanno affidato sempre più le proprie commesse secondo il principio del “massimo ribasso”, con un danno immediato alla qualità occupazionale e – alla lunga – alla stessa qualità del servizio che danno in outsourcing.
Ora tutto ciò non dovrà essere più possibile: il costo medio del lavoro (soprattutto nelle grandi aziende) si è alzato. Molte importanti imprese si sono assunte i rischi di competere più sulla qualità che non sul costo del lavoro.
E sono stati soprattutto i grandi call center a raccogliere la sfida (per “citare” i migliori in un’ipotetica pagella sindacale, citiamo per tutti Teleperformance, Datel, B2win, ecc.) e tranne alcune eccezioni (3G in Abruzzo, Call & Call, Transcom) hanno stabilizzato tutti, sia i lavoratori in bound che out bound.
L’innalzamento delle ore di lavoro, la trasformazione del maggior numero possibile di contratti in full-time sarà il prossimo impegno della SLC-CGIL, perché con 600-700 euro al mese è difficile vivere una vita dignitosa.
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