giovedì 3 agosto 2006

Ricaricarsi al caldo

Ricordiamo ai nostri cari clienti quando dovesse capitare che...
Servirsi di un codice di accesso ottenuto indebitamente costituisce riciclaggio
Ricaricare il cellulare con un codice falso è reato
(Cassazione 32440/2003)

È reato effettuare la ricarica sul proprio telefono cellulare servendosi di un codice ottenuto indebitamente. Lo ha stabilito la Terza Sezione Penale della Corte di Cassazione, che ha precisato che il comportamento incriminato - per il quale il responsabile era stato assolto dall'imputazione di frode informatica - integra gli estremi del reato previsto dalla c.d. legge antiriciclaggio, che dispone che «chiunque, al fine di trarne profitto per sé o per altri, indebitamente utilizza, non essendone titolare, carte di credito o di pagamento, ovvero qualsiasi altro documento analogo che abiliti al prelievo di denaro contante o all'acquisto di beni o alla prestazione di servizi, è punito con la reclusione da uno a cinque anni e con la multa da lire 600.000 a lire 3.000.000». Secondo la Suprema Corte, infatti, la tessera telefonica di ricarica costituisce un documento analogo alle carte di credito o di pagamento, che abilita alla prestazione dei servizi telefonici (nel caso in questione, l'imputato aveva accettato l'offerta di acquisto del servizio di ricarica a metà prezzo utilizzandola indebitamente, in quanto la tessera in questione era stata fraudolentemente sottratta a chi la deteneva legittimamente). Per tale motivo, chi si serve di un codice di accesso indebitamente ottenuto viola la normativa antiriciclaggio. (23 settembre 2003)

Punti da ponderare

fonte technocity

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Chi siamo (definizioni)

Operatore di call center: in bound e out bound

L'operatore di call center inbound gestisce le chiamate (telefoniche e non) ricevute in entrata da un call center. Si occupa di un servizio in risposta al cliente, in particolare: customer care, servizi informativi, acquisizione ordini, supporto a siti e help-desk tecnico. L'operatore di call center inbound risponde alle chiamate in arrivo, fornisce informazioni e consigli, riceve gli ordini o i reclami. Inoltre, protocolla le varie attività e, se necessario, elabora soluzioni ai diversi problemi presentati. Tra le capacità più importanti dell'operatore di call center inbound sono la capacità a passare rapidamente da un problema all'altro, la tempestività di risoluzione del problema e l'abilità ad accontentare clienti difficili. Gli operatori di call-center inbound svolgono la loro attività nelle industrie, nelle aziende commerciali e di servizi. Generalmente è un lavoratore dipendente, ma può essere anche un lavoratore autonomo che offre la sua collaborazione a diversi call center. E' impiegato in aziende di telemarketing, call center di aziende private, strutture informative di enti pubblici, help desk aziendali, call center in outsourcing (centri di assistenza esterni alle aziende).

L'operatore di call center outbound gestisce i contatti con il cliente per mezzo di telefono, tecnologie web e sistemi di comunicazione integrata. In particolare si può occupare di uno o più dei seguenti servizi: telemarketing, ricerche di mercato, sondaggi, promozione, inviti ad eventi, back office, recupero crediti, ecc. Protocolla le varie attività e, se necessario, elabora soluzioni ai diversi problemi presentati. Gli operatori dei call-center outbounbd sono innanzitutto impiegati nelle vendite fatte per telefono e, talvolta, nei sondaggi di mercato e di opinione. Capacità fondamentale dell'operatore di call center outbound è stabilire un contatto empatico con il potenziale cliente in modo da attirare la sua attenzione e interessarlo al prodotto/servizio offerto o renderlo disponibile alla collaborazione. Generalmente è un lavoratore dipendente, ma può essere anche un lavoratore autonomo che offre la sua collaborazione a diversi call center. E' impiegato in aziende di telemarketing, call center di aziende private, strutture informative di enti pubblici, help desk aziendali, call center in outsourcing (centri di assistenza esterni alle aziende).

Responsabile di call center: il ruolo

2 agosto 2006

Il responsabile di call center organizza, coordina e dirige le attività e il personale di un call center. Le sue competenze variano a seconda del tipo di call center di cui si occupa, a seconda, ad esempio, se si tratta di un centro di assistenza clienti che richiede competenze tecniche su specifici prodotti o di un centro di ricerche di mercato o di promozione. Si può occupare in prima persona di risolvere eventuali problematiche tecniche o reclami. Verifica i rapporti prodotti dagli operatori e prepara rapporti di sintesi per la direzione al fine di migliorare servizi o prodotti o di fornire indicazioni sulle tendenze di mercato e le aspettative dei potenziali clienti. Lavora come dipendente in imprese di servizi o in grandi imprese che sono dotate di un call center interno.

da http://www.raiutile.rai.it/notizia.jsp?id=4713

Primi passi (l'Unità)

Call Center, primi passi contro la precarietà
di Luigina D'Emilio

Call center uguale lavoro precario. Un binomio che per troppo tempo ha rappresentato la normalità nel vasto mercato dei lavoratori temporanei. Ma L'operatore di call center sfruttato e sottopagato "rischia" di scomparire dalla scena lasciando il posto a professionisti regolarizzati.
Parte, infatti, con sedici contratti a tempo indeterminato il piano del ministero del Lavoro per la regolarizzazione dei lavoratori nei call center. Ad essere assunti proprio i dipendenti del dicastero. A dare l´esempio Cesare Damiano, a capo del ministero che ha dichiarato:«Bisogna mettere ordine in casa per riportare il sistema alla massima regolarità».
Che sia dunque un avvio graduale verso un percorso di emersione e di stabilità del lavoro? Queste sembrano essere le intenzioni del ministro Damiano che ha ricordato come per troppo tempo quello dei call center sia stato uno dei settori più minacciati dall´instabilità e dalla totale mancanza di regole appropriate: «abbiamo scelto i call center per iniziare, un piccolo passo verso la regolarizzazione di un settore che conta 250mila dipendenti e dove la precarietà la fa da padrone».
Ma nelle intenzioni di Damiano non ci sono solo i contratti regolari, si parla anche di più controlli per iniziare quella che il ministro annuncia essere una vera lotta al lavoro sommerso e alla precarietà. Da settembre, infatti, partiranno le ispezioni del ministero in oltre 600 aziende che gestiscono gli operatori di call center con l´intento di far conoscere a tutti i datori di lavoro le nuove regole contenute nella circolare diffusa dal dicastero di Damiano. I controlli verificheranno chi fa lavoro subordinato senza avere un contratto a tempo indeterminato. L´opera di «accompagnamento e persuasione» così definita dal ministro avrà termine il 30 novembre, ma riprenderà a dicembre per verificare se effettivamente le aziende si siano adeguate ai cambiamenti previsti.
Nel frattempo sindacati e imprese siederanno a un tavolo per formulare accordi su una normativa a favore dell´emersione graduale dei lavoratori. Per incentivare un comportamento coerente con la circolare ministeriale sui call center, il ministero ha convocato i rappresentanti di Enel, Acea, Italgas, Telecom, Fs, AirOne, Autostrade, Vodafone e Tiscali e ha contattato i sindaci dei principali comuni e città metropolitane italiane.
Sulle orme del ministero del lavoro, Poste Italiane che nelle prossime settimane procederà alla stabilizzazione dei lavoratori dei call center di Inps, Inail, Consip, Enel, gestiti in appalto. Lo ha affermato l'amministratore delegato dell´azienda Massimo Sarmi «intendiamo procedere in questo percorso che è coerente con la logica industriale di impresa».
«Scoraggiare l´uso sbagliato della flessibilità perché la flessibilità deve esserci quando ce n'è bisogno». Così replica Damiano a chi contesta i provvedimenti, «questo è uno dei punti di forza per la lotta al precariato, abbiamo anche intenzione di ridurre la forbice tra i contributi che si pagano per il lavoro precario, il 33% e quelli che si pagano per il lavoro a tempo indeterminato che pesano per circa il 40% in modo tale da rendere meno vantaggioso il primo». Un esercito di 250mila lavoratori potrebbe dire basta al precariato cronico, ma Damiano ricorda che il progetto è all'inizio anche se non dimentica che questo passo potrà cambiare e di molto la condizione lavorativa di numerose persone.

fonte
l'Unità del 2/8/2006

martedì 1 agosto 2006

Una conclusione positiva

REGGIO CALABRIA. “La vertenza dei lavoratori del call-center postale di Reggio Calabria, dopo 5 anni di lotte e di trattative febbrili, si è conclusa positivamente con l’assunzione a tempo indeterminato di 38 lavoratori precari”. Lo rende noto la Cgil di Reggio Calabria. La Cgil ha organizzato un dibattito sulla vicenda sul tema “Addio al precariato”, che si svolgerà domani a Reggio. All’incontro parteciperanno il segretario generale della Cgil di Reggio, Nino Costantino; il segretario confederale Cgil Reggio, Francesco Alì; una lavoratrice del call-center, Valentina Virdia; il segretario generale Slc-Cgil di Reggio, Giuseppe Catalano; l’assessore regionale al Lavoro, Nino De Gaetano; il segretario regionale Cgil, Vera Lamonica; il segretario nazionale Cgil, Paolo Nerozzi; il presidente del Consiglio regionale, Giuseppe Bova; il segretario nazionale Cgil, Nicoletta Rocchi. “I lavori - è scritto in una nota - serviranno per fare il punto su una vertenza conclusa positivamente in Calabria e per chiedere a Poste l’impegno a rilanciare, nella provincia di Reggio, il rafforzamento dei servizi ed una qualificata occupazione, che rappresentano condizioni strategiche per lo sviluppo e la crescita del territorio”.

lunedì 31 luglio 2006

Non arrendetevi (di nuovo alberoni)

Siete creativi e diffidano di voi? Non arrendetevi
di Francesco Alberoni

C’è un immenso piacere nel creare, nell’inventare, nel costruire qualcosa, nel risolvere un problema, ma possiamo farlo solo per qualcuno che amiamo, per una comunità a cui vogliamo fare del bene. In realtà molto spesso siamo chiamati a svolgere un compito per gente indifferente o addirittura ostile. All’inizio siamo perplessi, talvolta presi dallo sconforto ma quando cominciamo a ottenere risultati, quando ci accorgiamo che stiamo dando un contributo originale, allora iniziamo a provare simpatia per coloro che stiamo beneficiando, siamo pronti fare sacrifici per loro e proviamo per loro affetto, amore.
Anzi credo che quasi sempre nella vita non venga prima l’amore, viene prima la creazione, il dono di qualcosa di prezioso e solo dopo sorge l’amore per coloro cui abbiamo donato. E’ lo stesso meccanismo che si trova alla base della maternità e della paternità: noi amiamo coloro cui abbiamo dato la vita. Questo spiega perché le personalità creative provino così spesso un senso di delusione e di ingratitudine. Essi amano coloro cui offrono la loro opera, ma costoro non sempre li ricambiano. Spesso anzi li guardano con sospetto, pensano che lo facciano per ambizione o per un proprio tornaconto e quando hanno successo, li invidiano. Poi quando l’opera è finita se ne impadroniscono con avidità.
L’individuo isolato, escluso, l’individuo che si accorge che, quando parla, le sue parole sono accolte con astio, con livore, con la volontà di non capire o di non ascoltare, l’individuo in esilio, perde ogni interesse e ogni volontà di fare, perché non ha più un interlocutore cui donare, da cui venir riconosciuto. Nella persecuzione e nell’esilio si salva solo chi guarda al di là del contingente, e si rivolge ad un pubblico ideale. Machiavelli scrive le sue cose migliori in esilio quando non parla più ai suoi concittadini per ottenere un risultato politico, ma a tutti gli uomini che vogliono conoscere i reali meccanismi della vita e della storia. E lo stesso fa Dante quando, non potendo più tornare a Firenze dove è stato condannato a morte, allarga il suo orizzonte a tutte le esperienze umane e all’intera Italia di cui crea la lingua. Alcune delle più grandi opere creative scientifiche ed artistiche nascono proprio dall’esperienza dell’esilio che porta a trascendere il contingente, a parlare a gente che non conosci, ma che, poiché non è accecata dall’invidia e dal rancore, può ascoltarti e capirti e che, perciò, puoi amare.

Corriere, 24 aprile 2006

Datacontact sulla via del sunnitismo?

Iraq, rissa in Parlamento per una suoneria
Una melodia sciita, utilizzata da un parlamentare come suoneria, ha scatenato le ire di alcuni deputati e provocato un trambusto ben poco diplomatico

16/5/2006 Baghdad - Sono alte le tensioni nel parlamento iraqeno, così alte che ogni scusa è buona per fermare i lavori e tornare alle polemiche, talvolta così vivaci da sfociare in rissa. Già, perché è notizia di questi giorni che una suoneria di cellulare che si è fatta sentire nel momento sbagliato ha mandato su tutte le furie numerosi parlamentari, scatenando una serie di diverbi sfociati, appunto, in una rissa.

In particolare, il risuonare improvviso di una melodia sciita nell'aula parlamentare ha sollevato immediate e vivaci proteste da parte di numerosi deputati sunniti, offesi dalla spavalderia dell'assistente di una deputata sciita che aveva dimenticato di apporre il "silenziatore" al proprio cellulare. Una polemica strumentale, ha suggerito qualcuno, perché sono cinque mesi che in Parlamento si lavora sulla nomina al nuovo Governo e ormai basta un niente, o lo squillo improvvido di un cellulare, per far saltare i nervi ai rappresentanti del popolo iraqeno.

E così la seduta in corso è stata immediatamente sospesa tra accuse reciproche e questo nonostante vi fosse la volontà di scusarsi per l'accaduto da parte del malcapitato proprietario del telefonino incriminato. Riferisce Reuters , infatti, che Gufran al-Saidi, del movimento islamista del leader religioso Moqtada al-Sadr, si è infuriata perché le è stato negato il diritto di replicare, e appunto scusarsi a nome del proprio collaboratore: il presidente le ha tolto il diritto di parola, spegnendo il suo microfono e ordinando anche lo spegnimento delle telecamere che seguivano i lavori.

Tutte azioni con cui probabilmente si voleva contenere il problema ma che devono aver stimolato ulteriormente i presenti: altri deputati hanno iniziato a protestare contro la "censura" ai danni della Saidi, poco dopo assalita da una guardia del corpo del presidente della camera Mashhadani, che le ha intimato di spegnere il cellulare.

Prima di poter provvedere, il telefonino del collaboratore si è prodotto in un nuovo squillo, provocando ulteriormente le guardie del presidente che, avventatesi sulla Saidi, hanno ricevuto l'accoglienza di un piccolo gruppo di parlamentari, evidentemente pronti a difendere con ogni mezzo la collega, se non persino il diritto dei suoi collaboratori di impostare sui propri telefonini la melodia che ritengono più adatta.

Altro che milleunatim



Impossibile resistere a fare una minifoto !!! sballato pure il CCMR nella conversione in lire!

domenica 30 luglio 2006

Continue sfide (vodafone vs 3)

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fonte monthly vision, maggio 2006

Il documento del PRC


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Fummo tra i primi a commentare, con un gruppetto di colleghi, insieme ad alcuni rappresentanti del partito, appostati fuori dell'azienda, questo volantino che ci fu consegnato all'una di notte di qualche tempo fa. Dato che non tutti lo hanno letto ma tutti hanno invece letto la dura risposta di una nostra collega esposta in bacheca, ve lo giro in modo che, depurando la "provocazione" e la "risposta" dalle inevitabili vecchiaggini lunguistiche, ognuno si faccia un'idea dei messaggi lanciati.

;-)

venerdì 21 luglio 2006

Call center "ristretto"



21/7/2006

Il Ministro della Giustizia Clemente Mastella e il Presidente di Telecom Italia Marco Tronchetti Provera hanno inaugurato oggi, all’interno della Casa Circondariale di Rebibbia “Nuovo Complesso”, il nuovo call center del servizio “1254” di Telecom Italia. Attraverso questa iniziativa, avviata con il contributo del sottosegretario alla Giustizia Luigi Manconi, Garante dei Detenuti per il Comune di Roma, prosegue (vedi già il comunicato del 2003 http://www.giustizia.it/ministro/com-stampa/xiv_leg/telecom.htm) la collaborazione tra Telecom Italia e il Ministero della Giustizia, volta ad offrire ai detenuti l’opportunità di svolgere un vero lavoro all’interno del carcere, aiutandoli ad acquisire competenze utili al reinserimento nella società.
Il call center di Rebibbia dispone di 26 postazioni (di cui 2 di supervisione) in cui potranno essere impiegate fino a 40 persone, in grado di gestire complessivamente circa 2.500 chiamate al giorno dei servizi “1254” da rete fissa. Il lavoro del call center è organizzato in turni (concordati tra Telecom Italia e la Cooperativa Sol.Co.) che vanno dal lunedì al sabato dalle ore 8 alle ore 20.
Per una visione critica vedi a pag. 3 del Bip Bip del 2003 http://www.flmutim.it/Bollettini/Bip74.PDF

Come dicono gli americani dall'outsorcing all'insourcing (da un articolo di wired sui call center nelle prigioni)

Vedi la riflessione sulla positività di questa espansione di Tolardo su
http://www.zeusnews.it/index.php3?ar=stampa&cod=2863&numero=471

giovedì 20 luglio 2006

Architettura bagno DC

un amico mi proponeva uno stile di nuovo bagno in linea con gli interni che già ci sono, che ne dite?
ma poi la pausa chi la rispetterebbe più?


Chi volesse partecipare...

CONOSCENZE E SKILL VITALI PER LA CORRETTA GESTIONE DEL CALL CENTER

Roma, 21 e 22 settembre
Hotel Artemide, Via Nazionale 22

Presentazione
Scoprite i segreti dei migliori Call Center e imparate come applicarli alla vostra realtà!
Avete l'opportunità di seguire completamente in italiano il notissimo corso ICMI (www.icmi.com) Essential Skills and Knowledge for Effective Call Center Management e costruire, così, solide basi su cui sviluppare una carriera di successo nella gestione dei Call Center. Conoscerete e apprenderete strategie e tecniche realmente efficaci che potrete applicare per molti anni e assicurare un eccellente servizio al cliente e raggiungere i vostri obiettivi di carriera. La personalizzazione del corso per il mercato italiano è stata curata dai consulenti di Vanguard Communications Europe e, nell'industria dei Call Center, è quello con target managers che vanta il maggior numero di partecipanti in tutto il mondo.
I partecipanti apprenderanno come: creare una cultura di management, soddisfare i livelli di servizio in maniera consistente, prevedere il carico di lavoro con accuratezza, sviluppare turni efficaci, gestire le code nell'operatività quotidiana, comunicare ai clienti interni le peculiarità proprie del Call Center, definire obiettivi di performance adeguati, migliorare qualità ed efficienza, ottenere il supporto e i riconoscimenti dalla Direzione. Inoltre, tra i benefici ottenibili ci sono le strategie per: ridurre gli abbandoni e recuperare i clienti, gestire un'ampia gamma di canali di contatto (tempo reale e in differita, come le e-mail), superare le attese del cliente, elevare gli standard di performance, ridurre i costi globali.

Destinatari
Questo corso di formazione, unico ed eccezionale, fa conoscere piani, strategie e segreti per il successo che garantiscono il miglioramento dell'operatività del Call Center e ne elevano grandemente il valore. Il corso ICMI ha ricevuto alti e ripetuti apprezzamenti da direttori di Call Center, manager, personale di supporto alla direzione del Call Center e supervisori, in un'ampia gamma di strutture, sia privata che della PA: servizio al cliente, supporto alla vendita, help desk, centri di prenotazioni e di informazioni,
linee di emergenza, consumer care, ecc. Il corso, perfetto per tutto il personale del Call Center che ha compiti gestionali, costruirà fondamenta solide per l'eccellenza del Call Center e per la crescita del personale.

La quota di partecipazione al corso è di 1.495 e + Iva. Per chi si iscrive 30 gg. prima e per le aziende che hanno già partecipato a corsi Vanguard la quota è ridotta a 1.270 e + Iva.

E' possibile scaricare l'invito con tutte le informazioni sulle modalità di accredito all'indirizzo: http://www.soiel.it/PDF/corsi/vanguard_skill_ro.pdf

Per infomazioni è a disposizione:

Nicola Petrosino
e-Mail: Nicola.petrosino@soiel.it
Tel. 02 26148855
Fax: 02 26149333

Soiel International
Via Martiri Oscuri, 3
20127 Milano

mercoledì 19 luglio 2006

MNP

Situazioni tipiche.
Dalla lettera di un lettore del Mattino di Napoli.
Se poi ricordate la coda da maggio 2005 in poi causata da...


giovedì 13 luglio 2006

Cause (senza rimedi)?

Vodafone fa causa a Telecom "Abuso di posizione dominante"
"Illegali le schedature dei nostri clienti": chiesti 525 milioni di danni
di Roberto Rho

MILANO - In nome della concorrenza. La battaglia tra gli operatori telefonici, e in particolare tra i concorrenti e l'ex monopolista, è storicamente - non solo in Italia - una battaglia ruvida, sul piano industriale, del marketing, delle offerte commerciali e anche delle carte bollate. Mai, in passato, aveva sfiorato picchi di asprezza come quelli raggiunti nel momento del deposito (nei giorni scorsi) dell'atto di citazione con il quale Vodafone Italia denuncia Telecom per "abuso di posizione dominante", per "l'illecito sfruttamento delle informazioni privilegiate detenute in qualità di gestore della telefonia fissa per "schedare" i clienti (anche, soprattutto quelli delle aziende concorrenti, ndr) e proporre offerte mirate".

Per l'impiego "di informazioni strategiche riguardanti le attività di telefonia fissa per competere nel mercato del mobile". Per aver "promesso sconti sui servizi di telefonia fissa, per sottrarre clienti a Vodafone nel mercato del mobile". Per aver "sfruttato" il servizio 187 di Telecom Italia "per promuovere servizi di comunicazione mobile".
In tutto, secondo i legali di Vodafone (lo studio Libertini di Roma e Vincenzo Mariconda), fanno 525 milioni di danni causati al principale concorrente sul mercato dei cellulari, per i quali Vodafone chiede il risarcimento, oltre naturalmente all'inibizione "dal proseguire le condotte abusive" e all'imposizione "di misure atte a garantire il ripristino di condizioni di effettiva concorrenza".

Insomma, scontro frontale. E il tema centrale è quello della "schedatura" (gli esperti di marketing preferiscono chiamarla "profilatura", ma la sostanza non cambia) dei clienti, sostanzialmente affine a quello che la cronaca ha portato alla ribalta negli ultimi mesi, con la scoperta di una "centrale parallela", il sistema Radar, che avrebbe immagazzinato e forse addirittura ceduto all'esterno dell'azienda informazioni sensibili e riservate sui consumi telefonici dei clienti. Circostanze sulle quali la stessa Telecom ha avviato un'indagine interna, come ricorda Vodafone nel suo atto di citazione.

Ma come avviene, in concreto, la schedatura dei clienti, secondo la ricostruzione del concorrente inglese? Tutto comincia a metà dello scorso anno, con "la piena integrazione organizzativa e funzionale tra le attività di telefonia fissa e mobile" (caso unico in Europa), conseguenza della fusione societaria tra Telecom e Tim. Ciò ha comportato - questa l'accusa dell'azienda guidata da Pietro Guindani, che cita a supporto della sua tesi le dichiarazioni pubbliche dei top manager del gruppo concorrente - anche l'unificazione delle strutture di marketing e soprattutto dei sistemi informativi.

Il che "ha rappresentato una condizione facilitante la condivisione di informazioni privilegiate relative alla clientela della telefonia fissa e alla clientela della telefonia mobile".

Più in concreto: grazie alla sua enorme banca dati da ex monopolista dei telefoni italiani (e ancora oggi nel fisso Telecom controlla circa l'80% del mercato, e il 95% del mercato residenziale), il gruppo guidato da Marco Tronchetti Provera e Riccardo Ruggiero lavorerebbe per incrociare i profili di consumo della telefonia fissa con quelli del mobile, per individuare - ad esempio - se all'interno di una famiglia (che nella stragrande maggioranza dei casi ha un numero fisso Telecom Italia) ci sono anche clienti di aziende concorrenti di Tim nel mobile.

Un risultato facilmente raggiungibile monitorando con costanza i numeri dei cellulari chiamati o "chiamanti" con maggior frequenza. Selezionati questi casi, e soprattutto quelli "con elevato profilo di spesa", per Telecom sarebbe più facile indirizzare ai clienti della concorrenza offerte "mirate" particolarmente vantaggiose, o offerte combinate di servizi fissi e mobili. Proprio con questo obiettivo, secondo
Vodafone, sarebbero state concepite contestualmente dagli strateghi del marketing di Ruggiero le offerte Teleconomy Famiglia e Tim Famiglia, che sarebbero "prova del fatto che informazioni aziendali riservate, attinenti a future offerte commerciali dell'impresa dominante nel fisso, sono immediatamente conosciute dalla divisione mobile... che così può studiare con netto vantaggio di tempo rispetto ai concorrenti le risposte di adattamento migliori". Abuso di posizione dominante, accusa Guindani.

Grazie a questa strategia, e alle altre pratiche che Vodafone bolla come illecite, Telecom è riuscita negli ultimi 12 mesi a invertire bruscamente la tendenza alla perdita di quote di mercato nella telefonia mobile.

Qualche numero: fino a metà 2005, quando diventa operativa la fusione societaria, Tim perde parecchie decine di migliaia di clienti ogni trimestre. Da lì in avanti ne guadagna oltre un milione ogni tre mesi, per un totale di circa 3,5 milioni di nuovi clienti da giugno a marzo 2006 (molti dei quali nel segmento più redditizio). Un dato eclatante, frutto, secondo gli inglesi, delle "azioni di marketing mirate", rese possibili dall'illecita profilatura dei clienti della concorrenza.

L'accusa non è nuova, nuova è viceversa l'arma scelta dalla Vodafone, che già aveva presentato esposti alle Authority delle tlc e della Concorrenza. Con l'azione legale avviata alla Corte d'Appello di Milano, la battaglia è davvero a tutto campo.

(la Repubblica, 13 luglio 2006)

martedì 11 luglio 2006

Il nostro Tronchetti alla finalissima



anche voi lo vedete scettico come me? la donna pare stia dicendo "questo qui mi riduce l'Italia come sta bandiera..." :-)

lunedì 10 luglio 2006

Punti da ponderare

Focus sulla figura professionale del SUPERVISOR del 8/6/06

da Peppino (CCare di Alessandria)
Mi piacerebbe poter contare su efficienti canali preferenziali per poter risolvere rapidamente e correttamente quelle problematiche che comportano interventi di altri settori, e che pertanto io non sono in grado di evadere autonomamente. Poi vorrei poter contare su sistemi informativi ed applicativi funzionanti sempre al meglio... purtroppo sotto questo punto di vista dobbiamo spesso fare i conti con qualche problema di troppo che crea sofferenza e disagi tra gli operatori

da Elena (CCare Torino)
Desidererei che si effettuassero feedback ai corsi di formazione che ci vengono erogati, al fine di aiutarci a verificare quanto messo in pratica della formazione teorica
da Vittoria (CCare Roma)
Le criticità di tipo gestionale sono varie, e soprattutto legate alla difficoltà di far comprendere come uno scarso contributo determini un'influenza negativa sulla performance di un gruppo di lavoro

liberamente tratto da http://wireline.open.telecomitalia.it/VisuaNotizia.asp?id=3837

sabato 8 luglio 2006

Per...corsi

Torino, 8 lug. (Adnkronos)- Partiranno il prossimo 15 settembre i 'percorsi di accompagnamento' degli ispettori del Ministero del Lavoro per fare il punto delle condizioni di lavoro degli addetti ai call center che in tutta Italia sono circa 250 mila. Lo ha ribadito il ministro Cesare Damiano, che al termine di un incontro in Prefettura a Torino sulla sicurezza sul lavoro ha sottolineato che le attivita' di accompagnamento proseguiranno fino al 30 novembre, dopodiche' a partire dal primo dicembre prenderanno il via le ispezioni vere e proprie.

venerdì 7 luglio 2006

Situazioni gravide di problemi

Dal call center, lettera alle parlamentari
di Ivana Maugeri
(ex-operatrice del call.center Incoming di Catania)

Care amiche, sono una lavoratrice di ventinove anni e da quattro mesi aspetto un bambino. In quanto donne voi sapete benissimo quali ansie e quali preoccupazioni si legano a questo periodo delicato: per me,per mio marito attualmente disoccupato ma ,sopratutto, per la persona che porto dentro di me. Fino a venerdi scorso lavoravo, come tante mie coetanee catanesi, alla Incoming, uno dei tanti call center della zona di Misterbianco. Nel pomeriggio di venerdi, dopo tre anni di duro lavoro, sono stata convocata dal padrone del call center, il signor Carmelo Leanza, fratello di un potente politico della zona, che mi ha comunicato la decisione di sospendermi dallo svolgimento della mia attività di operatrice out-bound con la motivazione che questa decisione è a mia tutela ma sopratutto a tutela dell’azienda considerato che io, a suo dire, avrei affermato sui mezzi di comunicazione di essere stata costretta a nascondere la mia gravidanza per paura di essere licenziata.

Adesso, alla luce di quello che è accaduto sabato, sono ancora più convinta di avere fatto bene a nascondere la mia condizione altrimenti mi avrebbero licenziato anche prima e avrei perso tre mesi di stipendio. Ora che sono senza lavoro, alle ansie e alle preoccupazioni per il futuro del mio bambino, che nascerà a dicembre, si aggiungono quelle per il presente. Chiedo a voi, che siete state promotrici durante la campagna elettorale di un bel dibattito sul ruolo delle donne nella politica, nel lavoro e nella società, se è ammissibile che una donna, seppure con contratto a progetto, possa essere liquidata così bruscamente per il solo fatto di aspettare un bambino. Chiedo a voi se è mai possibile che queste forme medioevali di discriminazione possono avere ancora cittadinanaza nel nostro PAESE.

DOVE SONO FINITI I BEI PROPOSITI DI TUTELA DELLE DONNE TANTO SBANDIERATI NEI DIBATTITI TELEVISIVI E SOPRATUTTO SANCITI NELLA NOSTRA COSTITUZIONE e nelle leggi dello Stato? Chi farà fronte a tutte le esigenze che un fatto come la graviidanza porta inevitabilmente con sè? Sono avvilita e spaventata e, sopratutto, sono sola in questa battaglia, anche se spero vivamente che, dopo questa lettera lo sia un pò meno. Aiutatemi.

(pubblicata il 5 luglio dal quotidiano Il Manifesto)

giovedì 6 luglio 2006

L'onestà non va persa


Cari amici,
vi giro un articolo già notato e che è stato inserito nella sezione "articoli illuminanti" della nostra intranet telecom italia (open) il 23/6/06.

Elogio dell’uomo imparziale, chiamato stupido
di Francesco Alberoni

Che cos'è la rettitudine? Quando nella nostra tradizione cattolica pensiamo alla morale, ci vengono in mente l'amore per gli altri, per i sofferenti, per i bisognosi, lo slancio del cuore, la compassione, il volontariato, le opere di carità. Rispetto a questi sentimenti caldi, vibranti, la rettitudine sembra qualcosa di freddo, che ha a che fare solo con il dovere, con l'autocontrollo, una sorta di disciplina che riguarda più il non fare il male che fare il bene, più la correttezza del comportamento che la bontà d'animo. Insomma non ci fa venire in mente Madre Teresa di Calcutta, ma il funzionario che non accetta regali, il professore giusto e severo, la persona che sta ordinatamente in fila.
Una visione molto limitata del concetto di rettitudine che invece è l'interiorizzazione profonda e convinta delle leggi, delle norme deontologiche, dei principi di giustizia, di imparzialità, di onestà e del senso del dovere. Mi viene in mente un grande chirurgo mio amico che stava per partire per un congresso internazionale molto importante e la sera prima aveva visitato una bambina ammalata. Di notte non poteva dormire. Più pensava a quella bimba e più si convinceva che era in pericolo di vita, che doveva intervenire subito. Alle due di notte ha chiesto al suo assistente di disdire il congresso ed ha telefonato ai genitori della bambina chiedendo di portarla immediatamente in clinica. Alle sei ha fatto un intervento durato otto ore che le ha salvato la vita.
Il mio amico non è un santo, ha solo un profondo senso del suo dovere di medico. E mi viene in mente un'altra persona di valore che ha dedicato anni e anni a costruire una grande istituzione. Poiché doveva tenere bassi stipendi e costi, dava l'esempio chiedendo uno stipendio modesto, non usando l'autista e andando in metropolitana. Il nostro è un Paese pieno di gente buona, generosa, ma che non sa essere imparziale. E' pronta a elogiare, favorire, assolvere i propri amici, i propri compagni di partito mentre denigra, ostacola, condanna quelli dell'altra parte. In tutti i campi vediamo emergere i figli dei personaggi potenti, dei politici, i raccomandati a spese dei meritevoli. Ebbene la rettitudine non accetta questo modo di fare, lo condanna. Per questo da noi le persone rette vengono spesso considerate rigide, ingenue o addirittura stupide. Però lo sappiamo tutti che, se non ci fossero, la società non potrebbe funzionare.

Corriere della sera
12 giugno 2006

Una miniera di risorse umane

Il presidente della Camera dei deputati in Belgio. A proposito.

Bertinotti tra la gente di Marcinelle Ieri la miniera, oggi i call center


MARCINELLE - «Mai più il carbone, una merce, una macchina, valgano più degli uomini; mai più in Europa si ripeta una tragedia come quella di Marcinelle; mai più la morte intervenga sui lavoratori!». Siamo al Bois du Cazier, la vecchia miniera dismessa, dove, 50 anni fa, morirono intrappolati a mille metri di profondità 262 minatori, di cui 136 italiani. Fausto Bertinotti è venuto a portare una corona di fiori, a parlare a chi è rimasto, agli ultimi superstiti di quell' epoca, ai parenti, alla comunità tricolore di Charleroi. Facce antiche di gente che ha conosciuto la fame, che ha patito la fatica di un lavoro sporco e pericoloso nelle viscere della terra, che ha sofferto umiliazioni e prevaricazioni, ascoltano in silenzio il presidente della Camera. Parte un timido Bandiera Rossa che si spegne quasi subito per bon ton, c' è l' ambasciatore, ci sono i giornalisti. E' una giornata di sole, di luce e il sito della tragedia, ora museo permanente, è il luogo ideale, con i suoi cancelli, con i suoi castelletti di estrazione perfettamente restaurati, con quella sala piena di fotografie in bianco e nero le immagini dei morti dell' agosto 1956 per parlare di lavoro, di diritti, di dignità. E' stata la Cgil, il patronato IncaCgil, a organizzare qui la cerimonia del cinquantenario, a invitare Bertinotti che, assieme a Gugliemo Epifani, ora si aggira all' interno del comprensorio, circondato da emozionatissime delegazioni di anziani minatori, arrivati anche da altre zone del Belgio e della Francia, la tuta da lavoro addosso. Portano due lanterne a olio, di quelle che servivano là sotto a illuminare i cunicoli. Un regalo per gli ospiti. Dunque, Marcinelle. «Quel che è successo qui, il dolore, la sofferenza, la perdita della vita sul lavoro, che è un carico umanamente e socialmente insopportabile dice Bertinotti ci deve far riflettere. Pensate alla situazione dei migranti di oggi, gente che viene in cerca di occupazione e che certo non vive condizioni pari agli italiani degli Anni Cinquanta, però le tragedie ci sono lo stesso, gli infortuni, gli omicidi bianchi e questo è intollerabile». Hanno un sapore diverso le parole pronunciate in un luogo della memoria, così fortemente evocativo. «Eravamo schiavi», dice Vittorio Dal Gal, presidente dell' Associazione ex minatori. Lui ha scavato gallerie dal 1948 al 1975, «fiero di essere minatore, lo sei un giorno, lo sei per sempre». Schiavi che vivevano ammassati nelle baracche, «musi neri» che si ammalavano di silicosi, tossivano, sputavano i polmoni, ma continuavano ad andare giù, «costretti dalla miseria, dalla voglia di garantire un futuro diverso ai figli». Italiani arrivati a Charleroi/Marcinelle con il famoso accordo italobelga del 1946: il Belgio in cambio delle nostre braccia ci dava carbone. «Ecco perché son successe le tragedie, la nostra vita valeva meno del carbone», dice un ex minatore a Bertinotti. E adesso? E adesso c' è ancora molto da fare, in Italia ogni giorno muoiono nei cantieri, nelle fabbriche, nei luoghi di produzione, quattro persone. Il presidente della Camera sogna «un' Europa che sia davvero di tutti», sollecita a sottoscrivere «un nuovo patto tra paesi, istituzioni e organizzazioni popolari per dare dignità al lavoro». Nulla è scontato, avverte Gugliemo Epifani: «Le conquiste di questi anni vanno difese giorno dopo giorno e mai possono ritenersi un bene acquisito per sempre». Battaglie aperte come quelle contro la precarietà o la difesa dei redditi da lavoro e da pensione. Se si abbassa la guardia, «se qualcuno diventa l' anello debole della catena, poi toccherà a tutti», avverte Bertinotti. Ieri la miniera, oggi i call center... Il presidente della Camera si ferma a guardare le facce e le storie dei lavoratori morti 50 anni fa: Rocco Vita, Marco Zinni, Armando Zanelli, Filippo Sicari... C' è anche l' avvocato che allora difese le famiglie. Si chiama Jacques Moins, andò in tribunale a scontrarsi con le potenti lobby del carbone. Sono le otto del mattino dell' 8 agosto 1956 quando un carrello male agganciato sbatte contro le pareti della miniera e trancia un cavo elettrico. L' incendio raggiunge il pozzo d' uscita dell' aria e lo blocca. In 262 conoscono una lenta agonia. Il 22 agosto, i soccorritori spengono ogni speranza: «Tutti cadaveri a Bois du Cazier». Sul «Corriere» Dino Buzzati scrive: «Questo lontano posto che non si era mai sentito nominare, diventa Italia. L' incendio del pozzo straniero inaspettatamente diventa affare nostro personale, e nostra angoscia».
 

mercoledì 5 luglio 2006

Il problema dei call center è la committenza

Il Ministro Cesare Damiano, dopo aver emanato la circolare che impedisce l'utilizzo dei contratti a progetto per i call center in inbound (cioè quelli che ricevono le chiamate dei clienti, tipo di servizi di informazione e assistenza), intende agire innanzitutto sulla committenza (su chi affida ai call center il lavoro in outsourcing), a partire dalla pubblica amministrazione, che è spesso la prima a trascurare il problema della precarietà nei call center, ricercando la riduzione dei costi prima di tutto.
Lo stesso Damiano ammette che anche il call center del ministero del Lavoro, appaltato alle Poste che lo hanno subappaltato a un'altra impresa, utilizza impropriamente personale a progetto; lo stesso fanno i call center di Inps e Inail, enti pubblici affidati alla sua vigilanza. Per non parlare dei moltissimi call center che lavorano per Regioni, Provincie, Comuni e Asl, gestiti da imprese che vincono le gare d'appalto con offerte bassissime che, inevitabilmente, significano retribuzioni ridicole, assunzioni a progetto se non in nero. I tagli alla spesa pubblica che significano ricerca spasmodica del contenimento dei costi si traducono in precarietà.
I primi a opporsi a questo status quo sono gli stessi maggiori imprenditori del settore: per esempio Alberto Tripi di Almaviva (Cos-Atesia) ha scritto ai sindacati una lettera aperta, invitandoli a lottare insieme perché gli enti pubblici non facciano gare d'appalto basate solo sul ribasso dei costi; l'amministratore delegato di Comdata si è dichiarato indignato perché nel capitolato delle gare d'appalto spesso non è inserita una clausola che preveda l'obbligo di servirsi di operatori di call center assunti regolarmente.
Il Ministro del Lavoro sembra orientato a inserire nei bandi delle gare d'appalto degli enti pubblici (del settore dei call center ma non solo), accanto alla clausola del massimo ribasso, il rispetto dei minimi contrattuali per i lavoratori utilizzati; allo stesso tempo intende agire contro la precarietà in questo settore, più che con una riforma della legge 30, con l'innalzamento dei contributi per il lavoro a termine e l'applicazione imminente della riduzione del cosidetto "cuneo fiscale" solo a favore dei contratti di lavoro a tempo indeterminato.
Sarebbe invece una cosa innovativa se i sindacati chiedessero ai maggiori gestori telefonici una certificazione di "qualità sociale" per le imprese di Tlc e bancarie e assicurative, che preveda il rispetto delle regole contrattuali e salariali nella gestione dei call center anche in outsourcing e standard minimi di soddisfazione del cliente, in questo caso con il rilascio di un particolare "bollino", invitando a non acquistare e sottoscrivere prodotti e servizi di imprese che fossero sprovviste del bollino.
 
[ZEUS News - www.zeusnews.it - 04-07-2006]

giovedì 29 giugno 2006

News sotto il sole

Edilizia e call center nel mirino delle ispezioni sul lavoro
 
di Nicoletta Cottone

I risultati dell'attività ispettiva del primo trimestre 2005/2006
Il Governo affila le armi contro le morti bianche e l’evasione contributiva, potenziando il sistema ispettivo.

In forte calo nei primi tre mesi dell’anno le aziende ispezionate e le somme recuperate, mentre sono in aumento i lavoratori irregolari. Lo ha reso noto il ministro del Lavoro, Cesare Damiano, nel corso di una conferenza stampa sul tema del rafforzamento, dei compiti e delle prerogative del sistema ispettivo nazionale.

Per fronteggiare questi segnali negativi e potenziare il lavoro di indagine sul territorio il ministero del Lavoro ha assunto 800 nuovi ispettori. In campo ci sono adesso 5.518 ispettori, di cui 2.790 del ministero del Lavoro, 1.855 dell’Inps, 430 dell’Inail e 443 carabinieri.

Edilizia e call center sono i settori sui quali saranno concentrate le attività ispettive coordinate dal ministero del Lavoro. «Con la commissione sulle attività ispettive - spiega Damiano - abbiamo individuato i settori su cui concentrarsi, come l'edilizia e i call center. Per quest'ultimo, in particolare, è stata emanata una circolare sulle modalità di impiego».
Dal 15 settembre partirà l’attività informativa per fare emergere il lavoro nero e irregolare nei call center, dove si contano 250mila addetti, mentre per arginare il fenomeno degli infortuni sul lavoro in edilizia il dicastero del Lavoro ha preso contatto con il ministero delle Infrastrutture, con lo scopo di raggiungere un’intesa sulla revisione del sistema degli appalti che, con la corsa al ribasso, allarga forme di precarietà. «Per contrastare l'appalto al massimo ribasso - dice il ministro del Lavoro Cesare Damiano - facciamo riferimento al programma dell'Unione, che prevede l'inserimento di riferimenti qualitativi, come ad esempio i minimi contrattuali».

Tra le misure allo studio quella di un tesserino di riconoscimento dell'operaio che lavora nel cantiere edile e la notifica agli enti previdenziali il giorno prima dell'assunzione. Su questo ultimo punto, infatti, c’è un dato singolare: il 12% degli oltre 250 morti l'anno nel settore avviene nel primo giorno di lavoro. È lecito, dunque, sottolinea il ministro Damiano, il sospetto che si tratti di assunzioni post-mortem. In Italia gli infortuni mortali sono 1300 e soltanto nel settore dell'edilizia siamo a 250 morti annui.

Non brillano i risultati nella lotta all'evasione contributiva registrati nel primo trimestre dell'anno. Rispetto, infatti, allo stesso periodo del 2005, nel 2006 sono state recuperati 291.851.351 euro contro i 324.602.531 dell'analogo trimestre dell'anno precedente, con un calo che supera di poco il 10,09 per cento. Le migliori performance arrivano dall’Inps che registra somme recuperate per 217 milioni e 365mila (+8,97 per cento). Quasi dimezzate, invece, rispetto al trimestre precedente, le somme recuperate dal ministero, con un - 46,30%: si è scesi da somme recuperate per 92.287.942 euro del primo trimestre 2005 a 49.556.381 euro dell’analogo trimestre del 2006.

Le aziende ispezionate nei primi tre mesi dell'anno sono diminuite del 13,74% rispetto all'analogo periodo del 2005, mentre è salita del 5,57% la percentuale di quelle irregolari. In aumento del 13,75% i lavoratori irregolari (per esempio, con problemi contributivi o somme fuori busta paga), in lieve calo (2,80%) quelli completamente in nero.


Fonte Il Sole24ore, 28/6/06

venerdì 23 giugno 2006

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Le p(i)aghe

CALL CENTER: LA PAGA ORARIA

Azienda                                                 Valore medio retribuzione oraria netta in euro
 

Telecom                                                                                        7,1
Poste                                                                                              6,9
Call&Call                                                                                        5,8
CUP                                                                                                  5,8
H3G                                                                                                  5,4
ESSETI                                                                                            5,3


Fonte: CGIL Genova, Indagine “Call Centers. Idee per un cambiamento”

giovedì 22 giugno 2006

Mostra di Viani. Sponsor Datacontact

Sabato 24 giugno 2006, alle ore 11, in Matera, nelle Chiese rupestri Madonna delle Virtù

Grandi Mostre nei Sassi di Matera: Antologica di Alberto Viani

L'idea dell'antologica nasce, quindi, nello spirito che ha animato le precedenti edizioni delle Grandi Mostre nei Sassi di Matera: illustrare l'importanza, spesso dimenticata o tralasciata, degli scultori italiani contemporanei nell'ambito della ricerca espressiva messa in atto dagli artisti del secolo appena trascorso.
La mostra, curata da Giuseppe Appella con il supporto di un gruppo di storici dell'arte e di giovani ricercatori, anche attraverso la pubblicazione di un catalogo che, come i precedenti, ripercorra, per la prima volta, attraverso immagini e documenti spesso inediti, l'intero percorso della vicenda umana ed artistica di Viani,  analizza le varie tappe del contributo dell'Artista all'arte del Novecento, puntando la propria attenzione sui momenti del "Fronte Nuovo delle Arti" (1946-1948) e sulla famosa mostra del rinnovamento dell'arte italiana alla prima Biennale veneziana del dopoguerra, sulla presenza alla Mostra d'Arte Moderna Italiana al Museo d'Arte Moderna di New York (1949) che acquisisce per l'occasione il suo Torso femminile, sulle molteplici partecipazioni alle Biennali veneziane, alle Biennali di San Paolo del Brasile, alle Biennali di Carrara, a "Documenta" di Kassel, al Museo Rodin di Parigi, alle Quadriennali romane, alle mostre d'arte italiana nelle maggiori città


http://www.millemedia.it/index.php?option=com_content&view=article&id=89&catid=1&Itemid=1

mercoledì 21 giugno 2006

Buon viaggio

Vi lavorano oltre 400mila persone, guadagnano tra i 5 e i 7 euro all'ora. L'analisi delle loro condizioni di lavoro in un'indagine
 
Stress continuo, paga da fame viaggio nel mondo dei call center
di FEDERICO PACE

All'inizio ci sono delle aspettative. Dopo, restano solo le delusioni. Per le condizioni di lavoro, per le prospettive professionali, per lo stress continuo e per le paga che rimane sempre troppo bassa. Quello che doveva divenire un settore maturo e più "vivibile" pare non avere fatto alcun passo avanti. Viene da dire che questi ultimi due anni siano andati sprecati.
L'indagine presentata oggi a Genova da Cgil "Call Centers. Idee per un cambiamento" e condotta in sei grandi call center liguri (tra questi quelli di Telecom, Poste e H3g) restituisce uno scenario peggiore di quello che ci sarebbe potuti aspettare.

Seppure la crescita del settore, sono oggi 400 mila le persone che vi lavorano, ha permesso a un elevato numero di persone di trovare un posto, le condizioni di lavoro di chi con i call center deve misurarsi tutti i giorni sono tutt'altro che buone.

Organizzazione del lavoro, salute, soddisfazione e prospettive. Tutto ai minimi. Tutto legato insieme in una specie di spirale che si torce su se stessa. Tra quelli che in un call center ci lavorano, sette su dieci (il 66,7%) pensano ormai che il proprio lavoro non possa avere un'evoluzione positiva all'interno dell'azienda ed altrettanto pessimistiche sono le attese rispetto alle opportunità esterne: nove su dieci ritengono che sia difficile cambiare lavoro e trovarne uno migliore. Per una paga che in termini orari oscilla tra i 5 e i 7 euro così che pare naturale che il 40 per cento consideri molto deludente la propria retribuzione.

Una telefonata dietro l'altra, un problema da risolvere dietro l'altro. Per chi si trova a dovere gestire le telefonate in entrata, lo stress è rappresentato soprattutto dai ritmi, dall'ossessione di dovere chiudere le chiamate entro qualche minuto. E pare quasi assurdo che non possa essere accolta la richiesta di chi, tra i testimoni, dice che "la cosa ideale sarebbe avere un intervallo, un minuto, tra una telefonata e l'altra".

Ma anche quando si tratta di attività di telemarketing le cose non cambiano. "Le liste dei clienti - ci ha detto Paola Pierantoni, responsabile sportello sicurezza Cgil Genova e coordinatrice dell'indagine vengono date dall'azienda, le telefonate vengono sparate in cuffia con un sistema automatico che cerca i numeri. Alle persone arrivano in cuffia anche i fax con i conseguenti problemi di salute per le scariche di rumore pesante". Senza contare che spesso i call center vengono realizzati senza tenere conto delle caratteristiche del lavoro che vi verrà svolto. E la rumorosità, insieme alle condizioni climatiche, è tra le cause di maggior disagio dei lavoratori.

Se è vero che nei sei call center messi sotto osservazione, il 65,8% è rappresentato da dipendenti contro il 30,4 per cento dei lavoratori a progetto, va detto pure che nel Regno Unito, come fanno notare gli autori della ricerca, il 92 per cento degli addetti dei call center hanno un contratto permanente. La "stabilizzazione" dei lavoratori, quella promessa dall'accordo nazionale tra Assocallcenter e sindacati siglato nel 2004, non pare proprio esserci stata. In uno dei call center presi in esame (Call & Call) si sarebbero dovuti stabilizzare il 60% dei lavoratori entro il 2008. Ad oggi in questo call center è dipendente solo il 5,2 % degli operatori in cuffia.

Ci sono dei casi positivi. Casi in cui dove si fa formazione, si offre agli operatori un minimo di rotazione con attività lontane dalle "cuffiette". Ma è poco. Ancora troppo poco.

Solo quattro su dieci si dicono tranquilli per il proprio impiego mentre quasi il 35% sente di essere precario. E non per propria scelta. Già, le scelte. Solo uno su dieci dichiara di avere deciso la condizione "provvisoria" in cui si trova. Quasi la metà dei lavoratori ha più di quarant'anni e solo uno su cinque di loro non è ancora trentenne. Il settore mantiene la sua natura "femminile" (il 77,2 per cento degli addetti è formato da donne) e sono proprio le donne quelle che, in proporzione, hanno meno accesso alla stabilizzazione contrattuale. E questo non per scelta, visto che solo il 12,5 per cento di loro si ritrova "precaria" per volontà.

Il lavoro nei call center sembra venire meno a anche quella missione importante che è la realizzazione delle proprie capacità professionali.Tale distacco dal lavoro avviene in maniera più accentuata dove la comunicazione telefonica è soggetta a rigidi limiti di tempo. E sono soprattutto quelli che ci lavorano già da tempo a provare i più elevati livelli di insoddisfazione personale.

In Italia, rispetto all'Europa, le cose forse vanno anche un poco peggio: "I call center in outsourcing - ci ha detto Giovanna Altieri, direttore Ires-Cgil (vedi intervista integrale) - sono relativamente più localizzati nel Sud Italia. Grazie ai contributi europei molti imprenditori hanno delocalizzato l'azienda in queste aree dove è molto diffusa l'esternalizzazione. Sono frequenti i casi di poca chiarezza tra intrecci proprietari, ambiguità tra esternalizzazione e internalizzazione di servizi e appalti pubblici".

Se si leggono le cronache di questi giorni ci si accorge che in tutta Italia c'è una specie di febbre che sta salendo. Ci sono i lavoratori a progetto del call center Cosmed, che lavora per conto di Sky, che protestano a Palermo. A Bologna, il sindacato degli atipici della Uil denuncia che nel call center di Hera gestito dalla Telework, lavorano "oltre 250 falsi collaboratori a progetto" che operano in condizioni di precarietà "non più sostenibili". E intanto a Roma centinaia di operatori a cui non è stato rinnovato il contratto dal mega call center di Atesia chiedono di venire reintegrati.

la Repubblica, 9 giugno 2006

Catene e autonomie

Lavorare nei call center: "Peggio della catena di montaggio" 
Intervista a Paola Pierantoni, responsabile sportello sicurezza Cgil Genova e coordinatrice della ricerca "Call centers. Idee per un cambiamento".
di Federico Pace

Perché i call center al centro dell'attenzione?
E’ un settore trasversale a tutti i settori di lavoro in cui però c’è una grandissima difformità di condizioni. Si va da realtà dominate dal tempo pieno a tempo indeterminato a quelle in cui c’è solo il contratto a progetto. Con modalità organizzative diversissime. Profili professionali misteriosi. E’ un settore in cui non esiste una contrattazione organica dei livelli professionali, delle modalità organizzative, dei diritti di base. Il fatto che si spacci come lavoro autonomo a progetto un’attività che è regolata nei minimi dettagli è perlomeno buffo.
Non c’è un po’ di autonomia per chi fa attività di telemarketing?
Le liste dei clienti vengono date dall’azienda, le telefonate vengono sparate in cuffia con un sistema automatico che cerca i numeri. Alle persone arrivano in cuffia anche i fax con i conseguenti problemi di salute per le scariche di rumore pesante.
Insomma, quello dei call center continua a essere un grande buco nero…
A Genova abbiamo osservato grandi realtà, significative da un punto di vista occupazionale con più di cento dipendenti in una situazione in cui la dimensione media di impresa è molto più piccola. Eppure tutto è ancora ai margini dell’attenzione.
Cosa avete scoperto?
Abbiamo trovato un nesso evidente tra chi lamenta più frequentemente una relazione tra il proprio benessere psicologico e il lavoro e chi avverte in maniera molto più rilevante tutta una serie di disturbi (dalla secchezza oculare ai sensi di vertigine). Ci sono dei sintomi di tipo fisico causati o esaltati da uno stato di tensione e malessere di tipo psicologico, per lo stress della chiamata ma anche dallo stress della demotivazione. E' un viluppo. Gli elementi salute e sicurezza sono intrecciati molto profondamente con i fattori organizzativi.
Dove si sta meno peggio?
Noi abbiamo riscontrato una differenza sensibile di minore disagio professionale nel call center delle Poste perché lì vige un sistema di programmazione e rotazione tra le mansioni in maniera non discrezionale. E questo aiuta. In altre realtà invece avviene in termini discrezionali e diviene un elemento di disagio perché non si capisce il criterio per cui qualcuno viene rotato e altri no.
E per i tempi di durata delle telefonate?
Nei centro di inbound, ovvero dove gli operatori rispondono alle chiamate, si sta meglio dove le telefonate non sono soggette a un tempo massimo. Perché devono comunque giungere alla conclusione del problema. Gli operatori sentono quasi che il loro lavoro non è “perduto” nel nulla.
Ci sono altri esempi?
Nel call center delle Poste, anche se gli operatori hanno i tre minuti di tetto massimo a telefonata, il fatto di avere fatto una formazione migliore, di ruotare su mansioni diverse, lavorare in un ambiente progettato ad hoc rende le cose più accettabili. Ma per la gran parte, ci sono molti problemi per la rumorosità eccessivia e altri fattori che peggiorano un lavoro già difficile.
Quali sono i percorsi di carriera?
Quello del tutor è l’unico scalino di progressione di carriera a vista e anche i tutor guadagnano veramente poco più degli operatori, saranno cento euro in più al mese. In realtà il tutor ha un ruolo di guardiano non molto significativo. E’ una scala gerarchica brevissima e questo attraversa anche le realtà strutturate come Telecom o H3G.
Quasi la metà del vostro campione ha più di quarant’anni. Cosa sta succedendo?
Da un lato l’età elevata è legata alle riorganizzazioni aziendali di persone che vengono trasferite da altri posti ai call center. Ma nelle aziende di telemarketing, ci sono molte persone di quarant’anni che sono finite a fare questo lavoro perché gli andata male altrove (il negozietto che è fallito, chi ha dovuto lasciare un lavoro altrove) oppure donne che avevano lavori anche più interessanti ma che le occupavano più tempo.
Quali sono le storie che avete raccolto?
Fa un po' effetto scoprire questo mondo di quaranta-cinquantenni che continuano ad andare avanti con contratti rinnovati di sei mesi in sei mesi che dicono "speriamo di fare sufficienti attivazioni". E chi ha problemi di voce non va a lavorare e pensa addirittura che sia ovvio non essere pagata quando è costretta a rimanere a casa. O una donna ci ha raccontato che le è capitato sotto gli occhi la busta paga che prendeva prima. E ci ha raccontato che ha chiesto al marito di toglierla via che non la voleva più vedere.
Rispetto a quello che succedeva nei posti di lavoro della "vecchia fabbrica" quali sono le differenze?
Questi sono posti di lavoro dove non ci sono possibilità di incontrarsi. Gli addetti non mangiano insieme, hanno un quarto d’ora di intervallo in cui devono andare a gabinetto, mangiare e bere. Gli orari di lavoro che mutano continuamente durante la settimana e attraversano l’orario del pranzo. Non c’è un momento di socializzazione. Il lavoro è totalmente individuale. Persino nella catena di montaggio, per quanto alienante e orribile, ognuno era vicino a un collega che faceva un altro pezzetto, tutti insieme facevano dei pezzetti. Qua invece non c’è nemmeno il proprio posto di lavoro. Non ci si può nemmeno sistemare la foto del gatto. Uno arriva, guarda qual è la posizione libera e nella prima ci si siede. Non si ha nemmeno una relazione con il posto di lavoro. E nemmeno con il “vicino”.
In sostanza l’accordo nazionale firmato nel 2004 tra Asscallcenter e sindacati è fallito?
Non so cosa succede fuori da Genova, ma questo accordo dice che entro dicembre 2007 sarebbe stato "stabilizzato" il 60% degli operatori. Con delle gradualità. Adesso, sono passati due anni e se guardo gli operatori con la cuffia in testa di Call & Call a Genova, dai dati aziendali, mi accorgo che a progetto sono il 95% degli operatori. E poi tutta questa storia dell’autonomia è quella che abbiamo visto. La maggiore flessibilità è spiegabile in una fase di avvio, ma dopo un po’ diventa inspiegabile. C’è gente che sta lì da quattro o cinque anni. Assocallcenter (uno dei fondatori è A.Tosto) intanto è sparita.
Su cosa si può intervenire per migliorare le condizioni di lavoro?
La mansione è quella che è, si parla con qualcuno che non si vede, con la cuffia in testa e in certi casi non si sa come la chiamata è iniziata o come si chiuderà. Stante questo, si possono ruotare le mansioni in modo programmato su tutti gli addetti. In Poste dove questo succede i benefici ci sono. Le persone possono avere un poco di autonomia nella gestione delle telefonate. Il limite della durata della conversazione condiziona la qualità di risposta ed è un fatto di disagio rilevantissimo. Poi si deve fare qualcosa per le condizioni ambientali, specialmente questi posti di telemarketing affittano degli uffici e ci mettono dentro un po’ di postazioni. Questi luoghi vanno progettati sapendo che questa gente lavora in un dato modo. In Poste lo hanno fatto, ma altrove non hanno progettato nulla. Ma non basta, sottoponiamo queste persone a una sorveglianza sanitaria per i problemi che realmente hanno, daimogli na formazione continua anche di tipo ergonomico. E poi, paghiamoli di più.

La Repubblica Lavoro, giovedì 08 giugno 2006

Funzioni strategiche

Intervista a Giovanna Altieri, direttore Ires-Cgil e autrice dell’indagine "Lavorare nei call center: un'analisi europea"
 
Call center, troppi passi indietro
di Federico Pace

Quali sono le condizioni italiane rispetto agli altri paesi europei?
Condividiamo di certo l’articolazione molto differenziata. Ci sono le agenzie di telemarketing, i call center aziendali in-house. I piccoli e i grandi call center, e all’interno dei piccoli call center ci sono quelli che svolgono attività molto specializzate con condizioni di lavoro e i livelli di soddisfazione, e i piccoli call center che invece sono l’ultima catena del “conto-terzismo” dove l’attività e la commessa che il call center riesce a spuntare è tutto giocato sul fattore del costo del lavoro. In Italia però abbiamo qualche criticità in più.
Ci faccia qualche esempio?
I call center in outsourcing sono relativamente più localizzati nel Sud Italia. Grazie ai contributi europei molti imprenditori hanno delocalizzato l’azienda in queste aree dove tra l’altro è molto diffusa l’esternalizzazione. Sono frequenti i casi di poca chiarezza tra intrecci proprietari, ambiguità tra esternalizzazione e internalizzazione di servizi e appalti pubblici. Come il caso del call center costituitosi in Sardegna grazie ai fondi regionali che poi ha chiuso lasciando a casa centinaia di ragazzi o l’episodio in Sicilia di un call center che ha chiuso per riaprire nella stessa città licenziando lavoratori a tempo determinato e assumendone con un’altra azienda con contratti a progetto.
Quali sono le ultime evoluzioni del settore?
L’età media di chi ci lavora sta crescendo. Sia perché si afferma il settore, sia perché i lavoratori rimangono. Sta crescendo in alcune realtà critiche del Sud e anche a Roma abbiamo adesso una presenza di lavoratrici intorno ai quarant’anni. C’è una quota significativa di donne adulte che hanno subito una prima esclusione dal mondo del lavoro e che poi sono rientrate. Non ci sono stati miglioramenti, c’è stata una forsennata rincorsa a una efficienza giocata sulla fabbrica dei minuti. Si è cercato di standardizzare il più possibile con una tecnologia facilitatrice del lavoro umano. Questo paradossalmente toglie ancora più peso alle capacità e rende i lavoratori più sostituibili.
Eppure è un settore strategico per le imprese…
Abbiamo in comune con il resto d’Europa anche la dinamica esponenziale del settore che attiene allo sviluppo delle nuove tecnologie, alla cultura del customer care, alla vendite differite. Ovunque questo settore è diventato l’interfaccia delle imprese con i clienti. Non è più soltanto l’acquisizione di nuovi clienti è tutta la cura del cliente.
Non c’è una contraddizione tra l’importanza del settore e le condizioni di lavoro?
Non si fa nessun investimento sulle persone nonostante sia una funzione strategica. Per cui noi abbiamo che il call center è impostato tutto sulla tecnologia, si dovrebbe superare questa visione e valorizzare anche le capacità della forza lavoro in una chiave più strategica. In questo momento il lavoro nei call center è fortemente strutturato e non consente di acquisire nessuno skill aggiuntivo.
E' per questo che c’è un turnover altissimo?
Questo è tipico di tutti i paese europei. L’unica strategia individuale che i lavoratori possono avere è quella di “uscire”. Registriamo dei tassi di mobilità molto elevata. Questa è una strategia aziendale di gestione del personale. Accanto alla flessibilità implicita nell’alto turnover c’è una flessibilità contrattuale diffusissima, una flessibilità temporale totale. Visto che ai lavoratori viene richiesta una disponibilità al part-time e ai turni.
Eppure, quasi paradossalmente, sono molti quelli che domandano di entrare a lavorare nei call center. Come si spiega?
In qualche modo il settore esercita un’attrattiva forse legata anche alla rappresentazione sociale del lavoro che hanno i giovani che accettano il lavoro nei call center mentre ne snobbano altri che magari stanno in gradini più bassi della gerarchia sociale ma che garantirebbero loro una retribuzione superiore. Questo lavoro nei call center è pure sempre un lavoro da colletto bianco che mette in rapporto con le nuove tecnologie. E’ un po’ un’attrazione fatale.
Quali sono le prospettive?
Non voglio essere negativa, ma la logica che sta prevalendo non fa sperare bene. Rispetto ai processi di professionalizzazione quello che viene messo in luce da qualcuno è che quanto più si diffonde l’interattività, tanto più si possono offrire dei servizi con dei contenuti professionali migliori. Forse, la cosa positiva, ed è già qualcosa, è che ora c’è maggiore consapevolezza sul problema della precarietà come condizione critica che produce effetti sociali molto gravi.
 
Repubblica Lavoro, giovedì 08 giugno 2006

martedì 20 giugno 2006

News da far Circolare

Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali
UFFICIO STAMPA


COMUNICATO STAMPA
Call-center e lavoro a progetto: nota sulla Circolare n. 17 del 14/06/2006


Con la firma oggi della circolare sulle “collaborazioni coordinate a progetto”, il Ministro del lavoro On.le Cesare Damiano, interviene in una materia assai delicata e controversa, quella relativa all’utilizzo delle collaborazioni coordinate a progetto nel settore dei call center, fornendo indicazioni sull’attività degli ispettori del lavoro. E’ infatti questo uno dei settori a più alta occupazione giovanile scolarizzata, con una tipologia di contratto caratterizzato da precarie condizioni di lavoro.

La Circolare n. 17 del 14/06/2006 definisce i tipi di impiego consentiti con le collaborazioni a progetto limitatamente a quelli cosiddette “out bound”, tipicamente rappresentate dagli operatori dedicati a campagne promozionali limitate nel tempo, per le quali essi hanno ampia possibilità di predeterminare il contenuto, l’intensità e le modalità della loro prestazione lavorativa.

Diversamente, la circolare identifica nel cosiddetto “in bound “ quell’ambito cui sono tipicamente adibiti gli addetti al  “customer care” ed all’assistenza “online.” Questi lavoratori svolgono un’attività di cui non possono predeterminare contenuto e modalità, limitandosi alla risposta telefonica di cui essi rappresentano il terminale passivo. La circolare a questo proposito chiarisce che tali modalità dovranno essere assimilate al lavoro subordinato e, di conseguenza, gli ispettori dovranno agire nel caso riscontrino usi contrattuali impropri.

Tuttavia, proprio le complesse condizioni del mercato e la necessità che esso si sviluppi secondo regole uniformi e trasparenti, rendono necessaria una fase preliminare di informazione e di accompagnamento al sistema delle imprese cui si dedicheranno le competenti strutture regionali e provinciali del Ministero del lavoro, dell’INPS e dell’INAIL.

Roma, 14 giugno 2006


Circolare in PDF a questo link
http://www.lavoro.gov.it/NR/rdonlyres/434476CF-3DFA-423D-B298-417AE4DF74F0/0/20060614_Circ_17.pdf

lunedì 19 giugno 2006

La prudenza di WIND

Wind: crescere con i servizi senza correre dietro l’hitech 
di GIUSEPPE TURANI  
 
«Contrariamente a quello che molti pensavano, Wind va bene. I risultati del primo trimestre sono ottimi e, ad esempio, siamo quelli che crescono di più nel mobile. Ma anche negli altri settori la nostra crescita è notevole e importante». Paolo Dal Pino, amministratore delegato di Wind, è soddisfatto dei risultati raggiunti in questi primi mesi di sua gestione della società di telecomunicazioni exEnel, ma soprattutto è soddisfatto della sua strategia.
«Non ho difficoltà a ammetterlo spiega noi siamo quelli che come innovazione stiamo dietro agli altri, non certo davanti».
Scelta curiosa, lo ammetterà, in un ambiente in cui tutti sembrano scatenati a dare già oggi quello che in realtà sarà vero solo fra tre anni.
«E’ una scelta curiosa solo in apparenza. In realtà, noi abbiamo semplicemente scelto di non svenarci per inseguire un’evoluzione tecnologica che è sì importante, ma che poi di fatto riguarda poche migliaia di tecnofan».
Ma non è una scelta un po’ pericolosa? La gente vuole le novità. E’ pronta a seguire chi è più «nuovo» degli altri.
«Secondo me questo è un ragionamento sbagliato. Le faccio due esempi, proprio nel mondo dei telefonini. Noi abbiamo investito pochissimo sull’Umts, nei cellulari di terza generazione, mentre altri hanno fatto investimenti molto importanti (a mio avviso fin troppo importanti). Ebbene, nel mobile siamo quelli che sono cresciuti più di tutti e non possiamo certo lamentarci. La stessa cosa possiamo dire per quanto riguarda la tv nei telefonini. Anche qui non abbiamo investito di fatto nemmeno un soldo. Ma non credo che la nostra crescita nel business dei telefonini si arresterà per questo. Anzi, andremo avanti comunque».
Ma come si spiega questo curioso fenomeno?
«Non è curioso. E’ marketing allo stato puro. Sa quante Sim ci sono in circolazione oggi in Italia?».
No, francamente.
«Siamo a quasi 75 milioni e l’anno prossimo cresceranno ancora. E poi ci sono circa 30 milioni di clienti di linee fisse. Lei pensa che tutta questa gente non dorma la notte in attesa di avere il telefonino con l’Umts o con la televisione sopra? Nemmeno per idea. Questa gente usa il telefono esattamente come lo usiamo noi, cioè telefona. E quindi se uno interviene con dei buoni servizi e con una buona distribuzione, riesce comunque a fare il suo business».
Ad esempio?
«Sui telefonini abbiamo lanciato tutta una serie di offerte raccolte sotto la sigla comune di ‘Noi’. E si tratta di cose che la gente ha molto apprezzato. Con ‘Noi2’, ad esempio, offriamo 400 minuti di conversazione gratis verso un altro numero di Wind indicato dall’utente. Con ‘NoiWind’ si può parlare gratis con tutti i numeri di Wind. E con ‘NoiItaly’ ci sono condizioni di favore per parlare con i numeri di Wind e con tutti i numeri italiani di rete fissa».
Adesso va molto di moda parlare di contenuti. Voi che cosa fate in proposito?
«Penso che l’operatore di telefonia deve fare soprattutto l’operatore. Può sembrare un’affermazione banale, ma non è così. Fare l’editore non è il suo mestiere, non lo sa fare, non ha le strutture, ma non ha, soprattutto, la cultura che servirebbe per farlo».
E allora che cosa fa? Niente? Sta lì a guardare i contenuti che passano sulla sua rete, e ogni volta si fa lasciare giù un piccolo obolo?
«No. Deve, come facciamo noi, confezionare e distribuire i contenuti editoriali prodotti dagli editori. Deve offrirli ai suoi clienti nel modo giusto e nei momenti giusti».
Questa è una linea chiara, ma forse è un po’ poco. Altri pensano un po’ più in grande. Alcuni si sono addirittura trasformati in media company e rifiutano quasi l’etichetta di operatore telefonico.
«Vedremo chi avrà ragione. Ma, comunque, non è che noi dobbiamo solo veicolare ciò che è stato prodotto da altri, cioè dagli editori. Oggi abbiamo una grandissima opportunità, che si è presentata per la prima volta nel mondo dell’editoria e della cultura. Possiamo, cioè, gestire e distribuire i contenuti autogenerati dentro la rete».
Concetti un po’ difficili da mandare giù. Che cosa significa ‘contenuti autogenerati’ in rete?
«Le posso fare un esempio molto semplice che rende bene l’idea di quello che voglio dire. Lei sa che noi, come Wind, abbiamo il portale Libero (Libero è anche un Internet Provider). Ebbene, su Libero vanno e vengono circa 9 milioni di persone, in maniera stabile. Su Libero abbiamo aperto una sezione Video. In questa sezione in apparenza non facciamo niente, ci limitiamo a raccogliere i vari video che circolano in rete. In parte prodotti dai nostri stessi utenti. E in parte pescati qui e là (pubblicità curiose, filmini divertenti, ecc). Si tratta probabilmente della più grande macedonia del mondo: lì dentro c’è un po’ di tutto. Per costruire questa sezione video non abbiamo dovuto allestire studi, acquistare telecamere. Ci siamo limitati a raccogliere quello che girava in rete».
Non mi sembra un gran lavoro e, mi consenta, nemmeno una gran trovata.
«Non abbia tanta fretta. La nostra sezione Video dopo una settimana dalla sua creazione ha cominciato a avere un milione di download al giorno. Un successo mai visto. La gente scarica queste cose, poi le rimanda agli amici, qualche volta ne aggiunge di nuovi. Intorno a questa sezione Video c’è grande vita, c’è un milione di persone al giorno che si muove e che si diverte. Ecco, questo è un esempio dei contenuti autogenerati dalla rete. Ma non si tratta solo di questo».
Altri esempi?
«Lei sa che oggi si parla molto di convergenza fra telefoni, reti, tv, ecc. Ebbene, anche noi di Wind siamo per la convergenza e pensiamo che il luogo dove realizzarla sia il nostro portale Libero, attraverso la creazione di piattaforme tecnologiche comuni che consentano poi agli utenti di scambiarsi contenuti di tutti i tipi. Questo abbiamo fatto e questo faremo ancora di più in futuro. Anche noi, certo, compreremo e distribuiremo contenuti editoriali, ma l’idea di essere protagonisti nel mondo dei contenuti autogenerati dalla rete non ci dispiace. Prima le ho fatto l’esempio dei Video, ma non c’è solo questo. Fra i contenuti autogenerati dalla rete noi mettiamo anche tutto il gran traffico delle email, i blog (che adesso stanno diventando appunto, anche videoblog) e le chat. Non si tratta di cose minori o di sciocchezze. Pensi che oggi la community di Libero ha oltre 4 milioni di utenti al mese».
Quindi Wind arriva un po’ dopo sull’innovazione tecnologica, ma non per questo è assente …
«Anzi. Le ripeto, siamo dei follower e non abbiamo paura a dirlo. E questo perché non pensiamo che essere sempre davanti a tutti sia un vantaggio. Spesso si rischia di spendere miliardi per accontentare poche migliaia di persone. Ma il pubblico ‘tech’, se vogliamo chiamare così quelli che usano Internet e i telefonini, è fatto da milioni e milioni di persone. Persone che, nella grande maggioranza, hanno bisogno di servizi normali, ma a prezzi interessanti. E hanno anche bisogno di divertirsi un po’, magari scaricando un video curioso o girellando per qualche blog simpatico».