Lo stop alle carte: «Ha sbagliato Tim, perchè danneggiare gli utenti?»
di Nicoletta Cottone
MILANO - Pioggia di lettere targate Tim ai proprietari delle carte telefoniche "Tutto Relax" bloccate nei giorni scorsi per sospetta frode informatica.
La missiva inizia con un cortese «gentile cliente» e si conclude con la frase «Siamo stati costretti, pertanto, a sospendere cautelativamente il Servizio, e ci riserviamo di effettuare ulteriori verifiche a tutela degli interessi della scrivente società». In mezzo la spiegazione: «il notevole traffico generato verso utenze mobili e l’alto numero di sms sequenziali inviati inducono a ritenere che la carta prepagata sia usata in maniera non conforme alle previsioni contrattuali, le quali fanno riferimento a un utilizzo per sole comunicazioni inter-personali».
Le lettere stanno fioccando sulle scrivanie delle associazioni di consumatori che affilano le armi per difendere gli utenti che da un giorno all’altro si sono trovati con i telefonini muti. E non si tratta solo di autocaricatori di schede, ma anche di professionisti notevolmente danneggiati nel lavoro e nell'immagine. Nel mirino di Tim sono cadute molte Sim “Tutto Relax”, autoricarica 190 e 300 per «sospetta frode informatica»: 280 mila secondo il Codacons Friuli Venezia Giulia, «poche centinaia» secondo Tim. Sulla vicenda moltissime le segnalazioni, le telefonate e le e-mail giunte in redazione dopo l'uscita del primo articolo sul Sole 24 Ore.com.
L’Unione consumatori, intanto, denuncia ritorsioni contro gli utenti. «Il gestore - spiega Massimiliano Dona, avvocato dell’Unione consumatori - sta bloccando altre Sim intestate agli utenti. Si tratta di una vera e propria ritorsione della società telefonica a danno degli utenti finali, rei di aver reclamato il rispetto dei propri diritti». L'Unione consumatori suggerisce di presentare esposti a Carabinieri e Polizia «perché la magistratura valuti la sussistenza dei reati di estorsione, truffa e appropriazione indebita». Fra le altre Dona sottolinea di aver intimato al gestore di ripristinare immediatamente i diritti contrattuali degli utenti coinvolti, «perché - spiega Dona - è ora di farla finita con le promesse di Pulcinella». Agli utenti Dona suggerisce di rivolgersi alle associazioni di consumatori indicando sinteticamente dati, lamentele, disagi morali, economici e di immagine subiti. Sulla vicenda, invece, Tim ha chiarito che le Sim sono state bloccate per «forti sospetti di frode».
Ma non tutti hanno avuto ricevuto un cenno di risposta dal gestore di telefonia. A Barbara Patti il cellulare si è “spento” il 7 marzo, nonostante un uso assolutamente normale.
Il 119 le ha detto che sarebbe stata richiamata entro le 48 ore successive.
«Dopo giorni di telefonate - dice la signora Patti - hanno fornito il fax per inviare il reclamo, rimasto ancora senza risposta. A un Centro Tim, dopo varie telefonate, hanno detto che probabilmente non avevano tutti i dati richiesti dalla legge antiterrorismo. Io voglio un rimborso, perché è assurdo restare di punto in bianco senza telefono, scollegata dal mondo e senza spiegazioni». È letteralmente furioso anche Ermes di Modena, progettista nel campo automobilistico e motociclistico, per la quantità di lavoro perso per colpa del blocco della sua Sim, una Autoricarica 190. «Loro hanno dato un profilo tariffario - dice Ermes C. - io l’ho utilizzato. Per motivi di lavoro ricevo tantissime chiamate che ricaricano la mia scheda, ma non per questo devo essere trattato come un terrorista». Fra le diverse spiegazioni ottenute dal 119 prima gli è stato segnalato un problema di “anagrafica”, poi uno di traffico anomalo. «Perché all’improvviso - dice Ermes C.- ricevere chiamate ed sms è diventato illecito? Il blocco delle carte sta causando agli utenti danni economici e di immagine. Io personalmente sto anche perdendo tante opportunità di lavoro e, per giunta, la Tim respinge la portabilità di un altro numero verso Tre».
A Federico Stevanato, agente di commercio, sono state bloccate due Tutto Relax, una la possedeva da 3 mesi, l’altra ha “respirato” solo per 24 ore. «Francamente non pensavo che ci fossero problemi - dice Federico Stevanato - perché al Centro Tim avevo chiesto con chiarezza conferma che l’invio di sms fosse illimitato».
Argmaurus, dal Forum di telefonino.net, fa sapere che il 10 marzo, dunque dopo la prima fase di blocco delle Sim, ha registrato una conversazione effettuata in un Centro Tim nella quale l’incaricata del front office afferma che si possono mandare anche un milione di sms al giorno. «La Tim - sottolinea Argmaurus - ha promesso la luna, convinta che tutti i suoi clienti fossero così … da non pretenderla. Poi alcuni hanno preteso ciò che Tim aveva promesso. Era chiaro a tutti che non potevano mantenere la loro assurda promessa».
Molti, dunque, ritengono solo di aver sfruttato al meglio le opportunità offerte dalla guerra delle tariffe fra gestori. «Ho semplicemente sfruttato - spiega Igorama, uno degli autoricaricatori che viaggiava a 30mila sms al mese - gli errori del marketing Tim». E racconta che il gestore ha anche fornito le armi: nella scatola del telefonino di Tim c’era un cd per connettere il cellulare al computer. Il software fornito consente di scambiare foto dal cellulare al computer, di sincronizzare contatti della Sim, di inviare sms dal pc e di archiviarli. E in molti segnalano che programmi del genere, come per esempio Turbo Mail, per scrivere e inviare messaggi direttamente dal pc, sono scaricabili gratuitamente dal sito Internet di Tim.
L’offerta Tutto Relax veniva propagandata con uno slogan «chiami tutti a 0 centesimi e sms illimitati». Costo: zero euro per il telefonino (prepagato di un euro e 24 rate da un euro) e un canone mensile di 50 euro, Iva inclusa (49 euro prepagato più un euro).
«Si annunciano tempi duri per i gestori telefonici - dice Anna Bartolini, rappresentante italiana al Consiglio dei consumatori Ue - il commissario per l’Information society Viviane Reading ha intenzione di prendere misure drastiche per evitare che gli utenti siano penalizzati dai comportamenti ingiusti delle società».
L’allarme Sim bloccate invade i siti di telefonia. L’argomento tiene banco soprattutto nei forum di telefonino.net. Moltissimi quelli che hanno già appuntamento al Corecom, tanti quelli che hanno inviato il modello Gu5 al Garante delle comunicazioni, parecchi quelli che sostengono che la chiusura delle card ha solo uno scopo intimidatorio.
Per AlbyFra78 due più due fa quattro: se Tim ha messo sul mercato «una tariffa con sms illimitati e ha una tariffa che si ricarica da sms il conto è presto fatto. E alla Tim dovevano saperlo». Giulio Krall tira fuori la definizione di «illimitato» dal dizionario De Mauro. Per Alby non c’è frode da parte degli utenti, ma semplicemente «incompetenza del marketing della Tim».
Per Kam, invece, «il problema è che ce ne sono alcune pulite che sono incappate per sbaglio, ma le sbloccheranno, fidatevi. Le altre no».
Masterci, invece, punta il dito contro i ricaricatori solo nei casi di rivendita di Sim e secondo Gage, comunque, diverse centinaia di utenti ci hanno guadagnato migliaia di euro «vendendo schede stragonfie». Per Srelax «un conto è la rivendita di traffico telefonico, un altro il blocco delle relax perché mi ricarico la mia scheda, la scheda del mio moroso, quella della mia mamma». Da sempre, scrive Srelax, «si sfruttano le promo per ricaricare le altre schede e se stavolta Tim si è fatta male i conti, che colpa ne ha l’utente finale?».
fonte IlSole24ore, 30/03/2006
mercoledì 5 aprile 2006
Riposatevi c'è la relax (...)
Tim blocca centinaia di cellulari per sospetta frode
di Nicoletta Cottone
MILANO - «Tim, messaggio gratuito. Siamo spiacenti, il numero da lei chiamato non è abilitato al traffico entrante». Questa frase laconica, ripetuta anche in inglese, segnala che la scheda Tim che state chiamando è stata bloccata. Da circa una ventina di giorni moltissime (poche centinaia secondo Tim, almeno 280mila secondo l’avvocato Vitto Claut, presidente del Codacons del Friuli Venezia Giulia) schede legate al piano “Tutto relax” sono state bloccate senza una spiegazione per i proprietari che si sono trovati in possesso di un cellulare muto, senza possibilità di chiamare, ricevere telefonate e inviare sms. Moltissimi hanno perso così anche tutti i numeri telefonici affidati al cellulare, che ormai nessuno più conosce a memoria. Alla Tim fanno sapere che «si tratta di casi di sospetta frode».
I titolari delle Sim «spente» sono disorientati. Nei centri Tim rispondono che lì fanno solo contratti, per protestare o chiedere spiegazioni si deve chiamare il 119. Al numero telefonico 119 rispondono con spiegazioni di vario genere: troppi sms inviati, traffico anomalo, violazione delle norme antifrode o di quelle scritte sul retro del pack della carta Sim. Su sollecitazione dei clienti invitano a fare un fax alla Tim, mentre chi insiste riceve le indicazioni per spedire una raccomandata all’ufficio reclami.
«Io sto interessando il mio avvocato - spiega Guido Gentile, orafo della capitale, titolare di una carta Tutto relax - è assurdo staccare una linea senza preavviso e senza dare una spiegazione a chi paga regolarmente, peraltro con la garanzia della carta di credito». Il suo black out sarebbe motivato dagli sms considerati sequenziali dalla Tim, inviati agli amici con i quali si dà appuntamento per ballare la salsa. Lui non solo si è trovato con il telefonino “spento” d’imperio, ma si è accorto dopo il fine settimana che quel numero era collegato anche all’allarme della gioielleria, con seri rischi di non essere reperibile in caso di necessità.
Ma non basta, anche protestare è difficile: il primo fax indicato dal 119 è errato, il secondo è dell’ufficio disdette, dove, gentilmente, forniscono un nuovo numero. Sul piede di guerra anche l'Unione nazionale consumatori che ha già avviato un'azione inibitoria diffidando Tim dal blocco delle Sim e invitandola riattivare i servizi entro la fine di marzo. «Quello di Tim è un comportamento scandaloso - sottolinea Massimiliano Dona, avvocato dell'Unione nazionale consumatori - perchè un soggetto professionale deve preoccuparsi preventivamente delle conseguenze delle condizioni offerte. Fra le altre si calcola che Tim abbia stipulato circa 900mila abbonamenti "Tutto Relax", che al costo di poco meno di 1.200 euro in due anni renderanno oltre un miliardo di euro».
L’offerta “Tutto relax” prevede, infatti, al costo di 49 euro al mese per due anni, l’utilizzo di mille minuti di traffico voce verso tutte le destinazioni e l’invio di sms gratis a tutti senza limiti. I blocchi hanno interessato anche “autoricarica 190”, invece, il cui piano era già stato modificato unilateralmente da Tim: le vecchie condizioni, prevedevano la possibilità di essere autoricaricati, senza limiti, di 1,86 euro ogni 50 sms o minuti voce ricevuti da cellulari Tim, compresi gli sms ricevuti da linee Tim che utilizzano bonus, sms gratuiti o legati a offerte promozionali. In seguito le modifiche introdotte hanno stabilito che l'autoricarica avviene solo se chi effettua la telefonata o spedisce un sms paga il prezzo fissato dal proprio tariffario.
Dal canto suo Tim chiarisce che le Sim sono state bloccate per «forti sospetti di frode», tanto che è stato dato mandato ai legali dell’azienda di sporgere formale denuncia per tutelare l’azienda da possibili tentativi di frode. «Stiamo agendo - spiegano alla Tim - a fronte di forti sospetti di frode e di un utilizzo del servizio non in norma con le regole contrattuali, con uso di apparecchiature non mobili. Dunque programmi che lanciano sms e vanno a ricaricare utenze telefoniche. Ci sono casi di utilizzo con volumi di traffico anomalo, con 50mila sms sequenziali inviati in un’ora. È una sospensione, siamo in una fase di verifica. Risarcimenti agli utenti? C’è qualcuno che dovrà risarcire noi se c’è stata truffa: sarà il magistrato a decidere. Bisogna valutare le posizioni di ognuno, non c’è solo chi invia l’sms, ma anche chi lo riceve».
Pierluigi Chiarla, segretario provinciale udinese del Codacons Friuli Venezia Giulia, proprietario di più di una delle Sim incriminate, è indignato. «Non c'è stata truffa da parte degli utenti - sottolinea Chiarla - ma qualcuno ha solo utilizzato al meglio le opportunità dei contratti offerti dalla Tim. Il sospetto è che si sia trattato di pubblicità ingannevole, visto che le tariffe erano tanto convenienti per gli utenti che oggi quei contratti sono sospesi». L'Unione consumatori denuncia, inoltre, che il gestore sta bloccando anche altre Sim intestate agli utenti che avevano attivato il piano "Tutto relax". «La creazione di una lista nera - sottolinea Massimiliano Dona - degli utenti cattivi rappresenta una inaudita violazione non solo del Codice del consumo, ma degli stessi diritti costituzionali dei cittadini». Chiesto anche l'intervento dell'Antitrust perchè verifichi l'ingannevolezza dei messaggi promozionali dell'iniziativa.
È dal 10 marzo che si susseguono messaggi in rete sui forum di telefonia, pieni di proteste da parte dei proprietari di telefonini ormai muti. Il Codacons di Udine ha costituito un comitato per difendere i diritti degli utenti e ha dato mandato di rappresentarli al presidente del Codacons del Friuli Venezia Giulia Vitto Claut. «Sto per inviare una diffida a Tim - spiega Claut - per chiedere l’inibizione di comportamenti abusivi che danneggiano la collettività da parte dei gestori sulla base degli articoli 139 e seguenti del Codice di consumo». Già sono stati presentati una decina di ricorsi al Corecom regionale per ottenere l’immediata riattivazione delle Sim: l’11 si discute il primo. E il conto, in caso di vittoria degli utenti, per Tim potrebbe essere molto salato. «Per ogni persona - spiega Vitto Claut, presiedente del Codacons Friuli Venezia Giulia - chiederemo un risarcimento di 50mila euro».
fonte IlSole24ore, 28/03/2006
di Nicoletta Cottone
MILANO - «Tim, messaggio gratuito. Siamo spiacenti, il numero da lei chiamato non è abilitato al traffico entrante». Questa frase laconica, ripetuta anche in inglese, segnala che la scheda Tim che state chiamando è stata bloccata. Da circa una ventina di giorni moltissime (poche centinaia secondo Tim, almeno 280mila secondo l’avvocato Vitto Claut, presidente del Codacons del Friuli Venezia Giulia) schede legate al piano “Tutto relax” sono state bloccate senza una spiegazione per i proprietari che si sono trovati in possesso di un cellulare muto, senza possibilità di chiamare, ricevere telefonate e inviare sms. Moltissimi hanno perso così anche tutti i numeri telefonici affidati al cellulare, che ormai nessuno più conosce a memoria. Alla Tim fanno sapere che «si tratta di casi di sospetta frode».
I titolari delle Sim «spente» sono disorientati. Nei centri Tim rispondono che lì fanno solo contratti, per protestare o chiedere spiegazioni si deve chiamare il 119. Al numero telefonico 119 rispondono con spiegazioni di vario genere: troppi sms inviati, traffico anomalo, violazione delle norme antifrode o di quelle scritte sul retro del pack della carta Sim. Su sollecitazione dei clienti invitano a fare un fax alla Tim, mentre chi insiste riceve le indicazioni per spedire una raccomandata all’ufficio reclami.
«Io sto interessando il mio avvocato - spiega Guido Gentile, orafo della capitale, titolare di una carta Tutto relax - è assurdo staccare una linea senza preavviso e senza dare una spiegazione a chi paga regolarmente, peraltro con la garanzia della carta di credito». Il suo black out sarebbe motivato dagli sms considerati sequenziali dalla Tim, inviati agli amici con i quali si dà appuntamento per ballare la salsa. Lui non solo si è trovato con il telefonino “spento” d’imperio, ma si è accorto dopo il fine settimana che quel numero era collegato anche all’allarme della gioielleria, con seri rischi di non essere reperibile in caso di necessità.
Ma non basta, anche protestare è difficile: il primo fax indicato dal 119 è errato, il secondo è dell’ufficio disdette, dove, gentilmente, forniscono un nuovo numero. Sul piede di guerra anche l'Unione nazionale consumatori che ha già avviato un'azione inibitoria diffidando Tim dal blocco delle Sim e invitandola riattivare i servizi entro la fine di marzo. «Quello di Tim è un comportamento scandaloso - sottolinea Massimiliano Dona, avvocato dell'Unione nazionale consumatori - perchè un soggetto professionale deve preoccuparsi preventivamente delle conseguenze delle condizioni offerte. Fra le altre si calcola che Tim abbia stipulato circa 900mila abbonamenti "Tutto Relax", che al costo di poco meno di 1.200 euro in due anni renderanno oltre un miliardo di euro».
L’offerta “Tutto relax” prevede, infatti, al costo di 49 euro al mese per due anni, l’utilizzo di mille minuti di traffico voce verso tutte le destinazioni e l’invio di sms gratis a tutti senza limiti. I blocchi hanno interessato anche “autoricarica 190”, invece, il cui piano era già stato modificato unilateralmente da Tim: le vecchie condizioni, prevedevano la possibilità di essere autoricaricati, senza limiti, di 1,86 euro ogni 50 sms o minuti voce ricevuti da cellulari Tim, compresi gli sms ricevuti da linee Tim che utilizzano bonus, sms gratuiti o legati a offerte promozionali. In seguito le modifiche introdotte hanno stabilito che l'autoricarica avviene solo se chi effettua la telefonata o spedisce un sms paga il prezzo fissato dal proprio tariffario.
Dal canto suo Tim chiarisce che le Sim sono state bloccate per «forti sospetti di frode», tanto che è stato dato mandato ai legali dell’azienda di sporgere formale denuncia per tutelare l’azienda da possibili tentativi di frode. «Stiamo agendo - spiegano alla Tim - a fronte di forti sospetti di frode e di un utilizzo del servizio non in norma con le regole contrattuali, con uso di apparecchiature non mobili. Dunque programmi che lanciano sms e vanno a ricaricare utenze telefoniche. Ci sono casi di utilizzo con volumi di traffico anomalo, con 50mila sms sequenziali inviati in un’ora. È una sospensione, siamo in una fase di verifica. Risarcimenti agli utenti? C’è qualcuno che dovrà risarcire noi se c’è stata truffa: sarà il magistrato a decidere. Bisogna valutare le posizioni di ognuno, non c’è solo chi invia l’sms, ma anche chi lo riceve».
Pierluigi Chiarla, segretario provinciale udinese del Codacons Friuli Venezia Giulia, proprietario di più di una delle Sim incriminate, è indignato. «Non c'è stata truffa da parte degli utenti - sottolinea Chiarla - ma qualcuno ha solo utilizzato al meglio le opportunità dei contratti offerti dalla Tim. Il sospetto è che si sia trattato di pubblicità ingannevole, visto che le tariffe erano tanto convenienti per gli utenti che oggi quei contratti sono sospesi». L'Unione consumatori denuncia, inoltre, che il gestore sta bloccando anche altre Sim intestate agli utenti che avevano attivato il piano "Tutto relax". «La creazione di una lista nera - sottolinea Massimiliano Dona - degli utenti cattivi rappresenta una inaudita violazione non solo del Codice del consumo, ma degli stessi diritti costituzionali dei cittadini». Chiesto anche l'intervento dell'Antitrust perchè verifichi l'ingannevolezza dei messaggi promozionali dell'iniziativa.
È dal 10 marzo che si susseguono messaggi in rete sui forum di telefonia, pieni di proteste da parte dei proprietari di telefonini ormai muti. Il Codacons di Udine ha costituito un comitato per difendere i diritti degli utenti e ha dato mandato di rappresentarli al presidente del Codacons del Friuli Venezia Giulia Vitto Claut. «Sto per inviare una diffida a Tim - spiega Claut - per chiedere l’inibizione di comportamenti abusivi che danneggiano la collettività da parte dei gestori sulla base degli articoli 139 e seguenti del Codice di consumo». Già sono stati presentati una decina di ricorsi al Corecom regionale per ottenere l’immediata riattivazione delle Sim: l’11 si discute il primo. E il conto, in caso di vittoria degli utenti, per Tim potrebbe essere molto salato. «Per ogni persona - spiega Vitto Claut, presiedente del Codacons Friuli Venezia Giulia - chiederemo un risarcimento di 50mila euro».
fonte IlSole24ore, 28/03/2006
sabato 25 marzo 2006
Fucine
Fabbriche di animali chiamate «call
center»
di Bruno Ugolini <brunougolini@mclink.it>
È stato un abbaglio e forse ora anche questa rubrica dovrà scomparire. Alludiamo a vere e proprie campagna di stampa sostenute da autorevoli studiosi, come Pietro Ichino e da importanti giornali come «Il Sole 24 ore». Il messaggio in sostanza è questo: la legge 30 non ha cambiato quasi nulla, la flessibilità c’è sempre stata e gli interessati l’accettano volentieri. Perciò il centrosinistra sbaglia nel proporre modifiche, nuove leggi, abrogazioni. Il pretesto è stato dato da un sondaggio tra lavoratori dipendenti privati, organizzato da Ipso-Cise. I risultati, a dire il vero, dovrebbero dar luogo a riflessioni più articolate, rispetto a quelle che abbiamo letto. Solo il 14 per cento degli interpellati, infatti, considera la legge 30 (ribattezzata da «Europa» come legge Maroni) una legge positiva e il 2 per cento molto positiva. Mentre il 18 per cento esprime un parere negativo e il 6 per cento molto negativo. C’è, certo, una maggioranza (il 42 per cento) che si mette tra le due posizioni e sostiene che la legge 30 contiene «elementi positivi e altri negativi». Mentre un altro 18 per cento si astiene, «non sa nulla». Ma bastano questi dati per far dire che la legge Maroni ha fatto del bene al mondo del lavoro?
È molto probabile, ad ogni modo, che se la platea degli interpellati (nel sondaggio Ipso-Cise) fosse stata ristretta ai lavoratori a progetto o agli interinali, il verdetto sulla legge Maroni avrebbe acquisito tinte più fosche. Prendiamo le recentissime, moderne cattedrali dei “call center”, protagoniste di una recente inchiesta promossa da «Unità On line» che ha chiesto pareri a lavoratori e anche ad utenti. Ad un certo punto di questo scambio di E-Mail è apparsa una definizione tremenda. Uno di questi giovani che lavora, appunto, in un call center, lo ha descritto come «una fabbrica di animali». Una tale immagine gli è stata suggerita dopo aver letto, a casa, il libro di uno studioso veterinario, dedicato all’analisi dello stress nei comportamenti delle bestie. E così il nostro lettore, mentre si trovava nel call center, col suo auricolare appeso alle orecchie, dopo l’ennesimo «vada a quel Paese» del cliente inferocito, aveva alzato lo sguardo. E operando in tal modo si era accorto che la piccola massa dei suoi colleghi, muniti di auricolare, sembrava essere in preda proprio agli stessi tic descritti dal veterinario. Call-centristi ridotti come tanti piccoli animali stressati e in gabbia.
È questa la realtà che balza dalle tante testimonianze raccolte. Sono le nuove grandiose officine dove al posto delle linee di montaggio vi sono le linee degli auricolari. Chi di noi non riceve magari una volta il giorno la telefonata da un call center? Sono voci assillanti che per un misero guadagno cercano di convincervi ad abbonarvi a questo o a quel servizio telefonico, o ad acquistare determinati prodotti. Oppure siete voi che fate il fatidico numero verde per essere aiutati nella esatta esecuzione di un programma che dovrebbe far compiere meraviglie al vostro computer, oppure volete pagare una multa o una tassa senza dover far la fila alla posta. Ed ecco tante storie kafkiane che hanno come protagonisti Telecom, Wind, Mediolanum, le poste, le banche... Quella che è apparsa nell’inchiesta è la fotografia di un mondo assordante. Con ragazzi che percepiscono magari sei Euro l’ora e voi pensate alla vostra Colf che costa molto di più.
Sono una parte dei cosiddetti lavori “atipici”, quelli investiti, appunto, dalla cosiddetta legge Maroni. Quando alcuni di questi lavori sono apparsi alla ribalta delle cronache, alcuni anni or sono, molti avevano, in certi casi, giustamente apprezzato quelle che erano considerate forme di “auto-imprenditorialità”. Molti giovani potevano cimentarsi in nuove mansioni, collocate specialmente nella nuova economia, con una propria organizzazione del lavoro, con propri orari, con propri spazi. C’era chi magnificava le sorti di una generazione che non doveva più stare sotto padrone, intenta ogni mattina a timbrare il cartellino. Tutti piccoli capitalisti e tutti intenti a fabbricare una propria forma di comunismo casalingo. Non è andata così, come vediamo bene oggi. Quella realtà ha presto assunto significati diversi, sovente quello di un lavoro nuovo eguale a quello antico, con le stesse modalità ma con molti meno diritti e tutele. Interi settori del mondo del lavoro sono stati, infatti “invasi” da lavori e lavoretti considerati atipici in cui non c'era nulla di questa auto-imprenditorialità. È il caso, appunto, dei call center, moderne fabbriche dove c’è chi si sente come un animale. E vorrebbe uscire dalla gabbia. Anche se i sondaggi magari descrivono una situazione edulcorata...
di Bruno Ugolini <brunougolini@mclink.it>
È stato un abbaglio e forse ora anche questa rubrica dovrà scomparire. Alludiamo a vere e proprie campagna di stampa sostenute da autorevoli studiosi, come Pietro Ichino e da importanti giornali come «Il Sole 24 ore». Il messaggio in sostanza è questo: la legge 30 non ha cambiato quasi nulla, la flessibilità c’è sempre stata e gli interessati l’accettano volentieri. Perciò il centrosinistra sbaglia nel proporre modifiche, nuove leggi, abrogazioni. Il pretesto è stato dato da un sondaggio tra lavoratori dipendenti privati, organizzato da Ipso-Cise. I risultati, a dire il vero, dovrebbero dar luogo a riflessioni più articolate, rispetto a quelle che abbiamo letto. Solo il 14 per cento degli interpellati, infatti, considera la legge 30 (ribattezzata da «Europa» come legge Maroni) una legge positiva e il 2 per cento molto positiva. Mentre il 18 per cento esprime un parere negativo e il 6 per cento molto negativo. C’è, certo, una maggioranza (il 42 per cento) che si mette tra le due posizioni e sostiene che la legge 30 contiene «elementi positivi e altri negativi». Mentre un altro 18 per cento si astiene, «non sa nulla». Ma bastano questi dati per far dire che la legge Maroni ha fatto del bene al mondo del lavoro?
È molto probabile, ad ogni modo, che se la platea degli interpellati (nel sondaggio Ipso-Cise) fosse stata ristretta ai lavoratori a progetto o agli interinali, il verdetto sulla legge Maroni avrebbe acquisito tinte più fosche. Prendiamo le recentissime, moderne cattedrali dei “call center”, protagoniste di una recente inchiesta promossa da «Unità On line» che ha chiesto pareri a lavoratori e anche ad utenti. Ad un certo punto di questo scambio di E-Mail è apparsa una definizione tremenda. Uno di questi giovani che lavora, appunto, in un call center, lo ha descritto come «una fabbrica di animali». Una tale immagine gli è stata suggerita dopo aver letto, a casa, il libro di uno studioso veterinario, dedicato all’analisi dello stress nei comportamenti delle bestie. E così il nostro lettore, mentre si trovava nel call center, col suo auricolare appeso alle orecchie, dopo l’ennesimo «vada a quel Paese» del cliente inferocito, aveva alzato lo sguardo. E operando in tal modo si era accorto che la piccola massa dei suoi colleghi, muniti di auricolare, sembrava essere in preda proprio agli stessi tic descritti dal veterinario. Call-centristi ridotti come tanti piccoli animali stressati e in gabbia.
È questa la realtà che balza dalle tante testimonianze raccolte. Sono le nuove grandiose officine dove al posto delle linee di montaggio vi sono le linee degli auricolari. Chi di noi non riceve magari una volta il giorno la telefonata da un call center? Sono voci assillanti che per un misero guadagno cercano di convincervi ad abbonarvi a questo o a quel servizio telefonico, o ad acquistare determinati prodotti. Oppure siete voi che fate il fatidico numero verde per essere aiutati nella esatta esecuzione di un programma che dovrebbe far compiere meraviglie al vostro computer, oppure volete pagare una multa o una tassa senza dover far la fila alla posta. Ed ecco tante storie kafkiane che hanno come protagonisti Telecom, Wind, Mediolanum, le poste, le banche... Quella che è apparsa nell’inchiesta è la fotografia di un mondo assordante. Con ragazzi che percepiscono magari sei Euro l’ora e voi pensate alla vostra Colf che costa molto di più.
Sono una parte dei cosiddetti lavori “atipici”, quelli investiti, appunto, dalla cosiddetta legge Maroni. Quando alcuni di questi lavori sono apparsi alla ribalta delle cronache, alcuni anni or sono, molti avevano, in certi casi, giustamente apprezzato quelle che erano considerate forme di “auto-imprenditorialità”. Molti giovani potevano cimentarsi in nuove mansioni, collocate specialmente nella nuova economia, con una propria organizzazione del lavoro, con propri orari, con propri spazi. C’era chi magnificava le sorti di una generazione che non doveva più stare sotto padrone, intenta ogni mattina a timbrare il cartellino. Tutti piccoli capitalisti e tutti intenti a fabbricare una propria forma di comunismo casalingo. Non è andata così, come vediamo bene oggi. Quella realtà ha presto assunto significati diversi, sovente quello di un lavoro nuovo eguale a quello antico, con le stesse modalità ma con molti meno diritti e tutele. Interi settori del mondo del lavoro sono stati, infatti “invasi” da lavori e lavoretti considerati atipici in cui non c'era nulla di questa auto-imprenditorialità. È il caso, appunto, dei call center, moderne fabbriche dove c’è chi si sente come un animale. E vorrebbe uscire dalla gabbia. Anche se i sondaggi magari descrivono una situazione edulcorata...
Fonte: rubrica ATIPICIACHI de
l'Unità, 06 Febbraio 2006
lunedì 20 febbraio 2006
Offerta UMTS "il telefonino chi lo ripaga a TIM?"
Videochiamami, ti
prego!
di Marco Cobianchi
17/2/2006
Fonte: http://www.panorama.it/economia/imprese/articolo/ix1-A020001034750
di Marco Cobianchi
17/2/2006
Fonte: http://www.panorama.it/economia/imprese/articolo/ix1-A020001034750
Pur di averlo hanno investito miliardi di euro. Ma per gli operatori il telefonino di terza generazione è un problema: i clienti sono inferiori alle attese e spendono meno del previsto. Mentre all'orizzonte avanza un nemico. Virtuale.
Definirlo flop è forse eccessivo. Però quando i capi delle società di telefonia mobile accettano di parlare fuori dai denti non esitano a dirsi «molto preoccupati» della redditività della telefonia di terza generazione umts. Quella per la quale quattro anni fa spesero circa 3,5 miliardi di euro ciascuno solo per la licenza. «Se quell'asta si rifacesse oggi il prezzo delle licenze sarebbe inferiore di molto, molto, molto...» afferma Pietro Guindani, amministratore delegato della Vodafone Italia. La realtà ha dimostrato che le previsioni formulate nell'era della bolla internet da parte di blasonate banche d'affari, centri di ricerca, organizzazioni internazionali erano quantomeno ottimistiche.
Una prova? Gli uffici studi Ovum, Yankee Group, Gartner erano più o meno concordi nello stimare che i clienti di terza generazione dovessero essere 15 milioni a fine 2005, invece a settembre erano meno di 10. Per il Wireless world forum la spesa media mensile di ogni utente (Arpu) sarebbe stata di 50 euro quest'anno, invece nel migliore dei casi si è fermi a poco più di 30. Se non è un flop, ci assomiglia molto.
Insomma, l'umts, la tecnologia di telefonia mobile che permette di videochiamare, navigare velocemente in internet, vedere gol e filmati, da terra promessa delle aziende si è trasformato in una seria preoccupazione per Tim e Vodafone le quali, seguendo l'esempio della 3, sono state costrette a rompere il tabù del sussidio massiccio al prezzo dei cellulari umts per convincere i clienti ad abbandonare i vecchi gsm.
Il risultato, però, non è esaltante: a fine anno gli utenti della Tim sono stimati in circa 2 milioni, 2,2 quelli della Vodafone, tra i quali sono però conteggiati anche un numero imprecisato di «connect card» per il pc. L'unica società a poter dire di avere avuto successo è la 3, che è partita prima dei concorrenti e ha investito tutto solo sulla tecnologia Umts non avendo la licenza gsm: a fine 2005 aveva 5,6 milioni di clienti e una spesa media più alta dei concorrenti. Per questo l'amministratore delegato Vincenzo Novari è l'unico a poter dire che «l'umts va» anche perché «la percentuale di ricavi proveniente dai servizi non voce è il doppio della media del mercato».
Massimo Castelli, numero uno: "un cliente umts spende il 20 per cento più di un gsm, meno di quanto ci si aspettava"
Grazie a questi numeri la società guidata da Novari punta alla quotazione in borsa. Non senza difficoltà. L'andamento dei titoli del settore telecomunicazioni è pessimo; Vodafone, France Télécom e la giapponese Docomo hanno dichiarato un calo degli utili dovuto proprio all'impegno che l'umts richiede in termini di investimenti. Per questo gli investitori si stanno ponendo qualche interrogativo sul business del videofonino. Così come la Consob, che ha chiesto integrazioni al prospetto informativo della 3 in modo da mettere il mercato in grado di stabilire con precisione il valore della società. Valore che non sarà di 12-14 miliardi, come ipotizzato tre mesi fa, ma, probabilmente, di 9-11: valutazione che rappresenta 3,4 volte le vendite attese per il 2006 rispetto a una media europea di 2,1.
Problema decisivo per gli operatori: i clienti spendono meno del previsto in servizi multimediali (come i video) e, soprattutto, la spesa tende a scendere anche in seguito alla decisione dell'Autorità, che ha drasticamente ridotto il costo di terminazione delle chiamate fisso-mobile facendo risparmiare gli abbonati ma provocando problemi ai bilanci delle società. Solo i clienti della 3 sembrano voler aumentare la loro spesa: nel terzo trimestre 2005 hanno pagato in media 30,7 euro al mese, dato in crescita ma che non è confrontabile con uno analogo della Tim e della Vodafone, che rendono noto solo quello della spesa media complessiva (clienti gsm e umts insieme).
Vincenzo Novari della 3, specializzata in telefonia di terza generazione
I ricavi medi dei 27,3 milioni di clienti Tim sono passati da 29,1 euro del secondo trimestre 2005 a 28,9 del terzo; quelli dei 23,7 milioni di utenti Vodafone sono scesi da 30,1 euro del primo semestre a 27,7 del trimestre chiuso al 31 dicembre; quelli degli oltre 12 milioni i utenti Wind da 20,1 a 19,1 di fine anno. Ma bisogna considerare che la società appena presa in mano da Paolo Dal Pino non offre ancora i servizi di terza generazione. «E, visto come vanno le cose agli altri, non ne sono troppo dispiaciuto» commenta l'ex manager della Telecom Italia «anche perché l'umts rischia di diventare un problema di tutto il settore per via della velocità con la quale brucia risorse e ritarda il ritorno degli investimenti».
«Ma la rivoluzione» ribatte Novari «è appena cominciata: a 24 mesi dal lancio è troppo presto per emettere sentenze». E Massimo Castelli, capo della Tim, dice che «un cliente umts spende circa il 20 per cento più di uno che ha gsm, ma meno di quanto ci si aspettava. Tuttavia, non siamo delusi visto che non ci siamo mai illusi». «Il problema» aggiunge Guindani della Vodafone «non è tanto il numero di clienti quanto il numero di volte che ognuno di loro accede ai servizi evoluti. E questo è ancora un grande punto interrogativo, una grande sfida». Ma anche su questo Novari è ottimista: «I nostri clienti fanno in un mese lo stesso volume di download di contenuti che tutti i clienti umts della Vodafone fanno nel mondo in sei mesi».
Per la Tim e la Vodafone pare essere proprio questo il problema da risolvere: convincere i loro clienti non solo a cambiare cellulare ma anche a sfruttare le potenzialità di quello nuovo, che non serve solo per chiamare e mandare sms. Per raggiungere questo obiettivo finora hanno speso centinaia di milioni di euro, che vanno a sommarsi ai costi per la licenza (3,5 miliardi di euro) e per la rete (stimati in almeno 5 miliardi). Ancora non sembra essere stato sufficiente. «I contenuti si pagano molto e spesso sono un costo fisso» sottolinea Guindani «perché dobbiamo comprarli, inserirli sul nostro portale mobile in attesa che la domanda cresca».
La 3, che sui contenuti ha puntato tutto, ha colto i risultati migliori e ha deciso di proseguire su questa strada firmando un contratto (finito però in tribunale) con la Eagle Pictures per distribuire film di prima visione e comprando un'emittente televisiva (costo: 200 milioni) per trasmettere contenuti televisivi sui cellulari sfruttando la nuova tecnologia dvb-h. «Ora stiamo già pensando ad aumentare la capacità trasmissiva dei nostri cellulari» anticipa Novari «con una tecnologia che chiameremo adsm, capace di una velocità minima di trasmissione dati di 1,5 Megabyte».
La borsa, basandosi sulla crescita del numero dei clienti e sul ricavo medio per abbonato, dirà se questa è la strada giusta. Un verdetto importante, non solo per il futuro della prima società umts italiana, ma per tutto il settore del telefono mobile. Settore che deve già cominciare a preoccuparsi per un'altra scadenza: tra due anni sarà possibile anche in Italia offrire servizi di telefonia mobile senza possedere una rete propria. E gli operatori attuali, che saranno costretti ad affittare quella che si sono costruiti, si troveranno a fare i conti con nuovi concorrenti, ancora più aggressivi. Questo nel 2008, proprio quando, secondo alcuni specialisti, gli abbonati umts cominceranno a diventare un guadagno per gli operatori. E non più solo un costo.
giovedì 9 febbraio 2006
Cablatura dove manca la cultura
Certo, tra wireless di qua e larga banda
di là...antenne montate proprio da noi...non avere internet a 56k è il
paradosso
| Diocesi Piazza Armerina: Nuove tecnologie informatiche wireless |
|
Piazza Armerina 08/02/06 - Sarà collegata in Videoconferenza anche la
diocesi di Piazza Armerina alla presentazione di una nuova tecnologia
wireless “WiOne”, messa a punto dalla Società “Celtech” di Riesi (CL), che
avrà luogo domani 9 febbraio a Palazzo Turati a Milano. Interverrà Mons.
Michele Pennisi, Vescovo della Città dei Mosaici e Presidente dell'ABEI
(Associazione Biblioteche Ecclesiastiche Italiane).
A Palazzo Turati verranno annunciati la convenzione Celtech-Confservizi Lombardia per le imprese pubbliche di servizi della Regione Lombardia e la cablatura wireless dei Sassi di Matera.In ragione delle sue caratteristiche, le imprese pubbliche di servizi della Regione Lombardia hanno scelto WiOne, tecnologia al 100% Made in Italy, per la propria cablatura wireless e a tal proposito Confservizi Lombardia ha sottoscritto con Celtech una convenzione. Oltre agli interventi dei Presidenti di Confservizi Lombardia e di Celtech, Silvio Bosetti e Giulio Bensaja, sono previste anche relazioni sullo stato dell’arte e sulle prospettive dei servizi a banda larga, da parte di Fabio Spagnuolo di “Anti Digital Divide”, e sullo sviluppo tecnologico del territorio quale strumento per la competitività internazionale delle imprese a cura della Compagnia delle Opere. Nel corso della tavola rotonda verrà effettuato un collegamento con Matera, dove il Sindaco, Michele Porcari, il Presidente della Regione Basilicata, Vito Di Filippo, e il Presidente e Amministratore Delegato di Datacontact, Angelo Tosto, annunceranno l’avvenuta cablatura wireless con la tecnologia WiOne dei Sassi di Matera, sito Patrimonio dell’Umanità Unesco. La giornata si concluderà con un dialogo sul futuro della mobilità digitale cui prenderanno parte tre fra i maggiori esperti del settore a livello internazionale: Derrik De Kerckhove, Fausto Colombo e Carlo Formenti. La Diocesi di Piazza Armerina è stata una delle prime in Italia ad accogliere la proposta di sperimentazione nel proprio territorio di queste nuove tecnologie. Venerdì 30 settembre scorso, durante la presentazione del "prodotto" alla stampa, la Diocesi aveva partecipato inviando un suo delegato. E' stato così realizzato un collegamento tra il Palazzo della Curia Vescovile di Via La Bella ed il seminario estivo di Montagna Gebbia a 7 km di distanza, dove al momento risiedeva il vescovo, essendo il Palazzo ancora interessato da lavori di restauro. Imminente anche la realizzazione di un link permanente tra la sede dell'Ufficio Diocesano Comunicazioni Sociali e gli studi di Radio Luce, ubicati a Barrafranca. La Diocesi ha voluto valorizzare non solo una tecnologia che apre nuove prospettive in questo campo, ma si è mostrata sensibile anche agli imput che provengono dalla periferia del suo comprensorio. Riesi si è dimostrata leader oltre che nel settore tessile anche nella ricerca e nell'innovazione tecnologica. |
mercoledì 1 febbraio 2006
Nuova sede operativa a Bernalda
A Bernalda con 15 flussi di..."potenza"
da "La Gazzetta di Matera" del 01/02/2006
venerdì 20 gennaio 2006
La città-grotta diventa hi-tech
Cari amici,
ricordate i cameraman inglesi che son venuti a filmarci? Che l'auspicio finale dell'autore si dimostri vero, lo speriamo. L'articolo redatto è qui in copia integrale, se masticate a sufficienza l'inglese...
Italian cave city goes hi-tech
© Daniel Sandford BBC News, Matera, Italy
A cave city, abandoned in the 1950s, has become the base for several high-technology companies.
As you arrive in Matera by car, it looks like many other Italian cities in the poor south - slightly scruffy, but with a lively feel.
It is only when you drive off the plateau where the new town was built, into the old town clinging to the side of a valley, that you realise it is actually an extraordinary place.
The historic area known as the "Sassi" (the stones) is a cave city. Some dwellings are little more than caves with a door on the front.
Others have elaborate fronts, hiding the cave quarters behind.
In the 1950s Matera was a slum city. Tens of thousands of people lived in the Sassi in unhygienic troglodyte conditions, and malaria was prevalent. The prime minister at the time declared it was "Italy's shame".
The solution was to evict everyone from the old town and build shiny new blocks into which the population moved happily. The Sassi were abandoned completely and left empty.
Hi-tech future
Now the empty caves are coming back to life. We found large computer servers, with their lights blinking, tucked away in cave rooms once occupied by people and animals.
A call centre company called Datacontact has taken over a whole complex. Their computers are in one cave, the people answering calls are in others.
It is as if the hollowed-out rooms have jumped from the prehistoric era to the 21st Century, bypassing much of history.
The Datacontact call centre where 500 people work is now the third-biggest employer in Matera.
A software house has also been operating in the caves for several years.
The Sassi of Matera are now a Unesco World Heritage Site.
Pietro Laureano, the architect who led the rebirth of the caves, is enthusiastic about the arrival of the hi-tech companies.
"Sassi de Matera is a prehistoric town. It is the future of technology and it's a town which can be linked to the whole world. It is very interesting to see the city go from Stone Age to the future age," he said.
Matera is also a fast-developing tourist centre, with atmospheric hotels and restaurants opening in the caves.
But tourism is seasonal, and the Sassi might not be fashionable forever.
The people of Matera hope the servers blinking in the caves will be the best answer to their long-term unemployment problems.
fonte http://news.bbc.co.uk/1/hi/world/europe/4616480.stm
ricordate i cameraman inglesi che son venuti a filmarci? Che l'auspicio finale dell'autore si dimostri vero, lo speriamo. L'articolo redatto è qui in copia integrale, se masticate a sufficienza l'inglese...
Italian cave city goes hi-tech
© Daniel Sandford BBC News, Matera, Italy
A cave city, abandoned in the 1950s, has become the base for several high-technology companies.
As you arrive in Matera by car, it looks like many other Italian cities in the poor south - slightly scruffy, but with a lively feel.
It is only when you drive off the plateau where the new town was built, into the old town clinging to the side of a valley, that you realise it is actually an extraordinary place.
The historic area known as the "Sassi" (the stones) is a cave city. Some dwellings are little more than caves with a door on the front.
Others have elaborate fronts, hiding the cave quarters behind.
In the 1950s Matera was a slum city. Tens of thousands of people lived in the Sassi in unhygienic troglodyte conditions, and malaria was prevalent. The prime minister at the time declared it was "Italy's shame".
The solution was to evict everyone from the old town and build shiny new blocks into which the population moved happily. The Sassi were abandoned completely and left empty.
Hi-tech future
Now the empty caves are coming back to life. We found large computer servers, with their lights blinking, tucked away in cave rooms once occupied by people and animals.
A call centre company called Datacontact has taken over a whole complex. Their computers are in one cave, the people answering calls are in others.
It is as if the hollowed-out rooms have jumped from the prehistoric era to the 21st Century, bypassing much of history.
The Datacontact call centre where 500 people work is now the third-biggest employer in Matera.
A software house has also been operating in the caves for several years.
The Sassi of Matera are now a Unesco World Heritage Site.
Pietro Laureano, the architect who led the rebirth of the caves, is enthusiastic about the arrival of the hi-tech companies.
"Sassi de Matera is a prehistoric town. It is the future of technology and it's a town which can be linked to the whole world. It is very interesting to see the city go from Stone Age to the future age," he said.
Matera is also a fast-developing tourist centre, with atmospheric hotels and restaurants opening in the caves.
But tourism is seasonal, and the Sassi might not be fashionable forever.
The people of Matera hope the servers blinking in the caves will be the best answer to their long-term unemployment problems.
fonte http://news.bbc.co.uk/1/hi/world/europe/4616480.stm
sabato 24 dicembre 2005
giovedì 15 dicembre 2005
martedì 6 dicembre 2005
lunedì 21 novembre 2005
venerdì 18 novembre 2005
Quei 3 minuti senza volto
LA DENUNCIA
SEGNALARE, AD ESEMPIO, GUASTI O ADDEBITI IN BOLLETTA PER SERVIZI MAI RICHIESTI ASSICURA UN’ODISSEA KAFKIANA
SEGNALARE, AD ESEMPIO, GUASTI O ADDEBITI IN BOLLETTA PER SERVIZI MAI RICHIESTI ASSICURA UN’ODISSEA KAFKIANA
Su 'la stampa', p.34 del 29/10/2005 è comparso questo articolo:
La Telecom senza volto e il 187 senza risposte
D’accordo, la Sip è roba vecchia quanto il mondo. Viviamo nell’era dell’economia impalpabile e le telecomunicazioni sono per definizione il più evanescente dei beni. Ma una faccia il signor Telecom ce l’avrà oppure no? Lui che vende l’accesso alla mirabolante autostrada telefonica, possiede un numero che non sia quello virtuale di un call center? Perché invece, i disagi degli utenti sono tangibilissimi. Non solo di quelli Telecom, ovviamente. Ma trattandosi del gestore leader nel settore, risponde della maggioranza dei contratti e delle lamentele. Servizi di segreteria mai richiesti e addebitati in bolletta, apparecchi obsoleti sostituiti con modernissimi videotelefoni messi in conto a sorpresa, allacci tardivi. Contrattempi reali che diventano grottescamente surreali quando dall’altro capo del filo risponde una voce senza volto e senza capacità d’intervento che però s’impegna ad inoltrare la rimostranza al più presto. L’avventura dell’utente frustrato infatti, inizia poco dopo la scoperta del guasto o della bolletta approssimata, di solito, per eccesso. «Il 187 è un numero fatto di persone», recita la pubblicità sul sito internet della Telecom. Come no. Il sistema, in teoria, è elementare: «Per guasti alla linea fissa digiti 3, per consultare lo stato dei pagamenti digiti 4, per qualsiasi altra esigenza digiti 0». Fiducioso, l’utente segue le istruzioni. Certo, sarebbe stato meglio parlare con un umano, ma anche la tecnologia avrà dei vantaggi. L’operatore, che di solito si presenta con un codice, prende nota e avvia la pratica. Tutto qui? Cade la linea. Inutile ritentare: dieci volte su dieci risponderà una voce diversa, magari dalla lontana Trapani, costringendovi a rispiegare il vostro caso da capo. Off records, un impiegato del 187 di Torino rivela che ogni cliente ha diritto a 3 minuti d’ascolto e neppure un secondo di più. A tempo scaduto, avanti un altro. Inutile sperare d’ottenere così il numero di telefono di un responsabile: i lavoratori dei call center dicono quanto sanno, che, nella catena d’una azienda globalizzata, è a malapena il proprio compito e il nome del vicino di scrivania. Nella sezione contatti però, il sito www.187.it indica la direzione generale di Roma: 06 36881. L’utente, frustrato ma non ancora vinto, insiste. La procedura è lenta, le segretarie ti filtrano come se fossi uno studente della scuola sperimentale di cinematografia che vuole consegnare la sua sceneggiatura a Nanni Moretti, l’attesa snervante, ma alla fine qualcuno si fa avanti. Chi? Impossibile avanzare ipotesi. Nessuno vuol mettere il suo volto a fare da parafulmine alle lamentele dei clienti. A questo punto il problema tangibilissimo passa in cavalleria: da Roma non possono certo correggere una bolletta sbagliata, per quello, nemmeno a dirlo, c’è il 187. La conversazione almeno è l’occasione per capirci qualcosa di più. Perché per esempio è tanto difficile parlare con un signor Telecom in carne e ossa? «Perché sarebbe paradossale che un’azienda di telecomunicazioni aprisse sportelli sul territorio: gli interventi si effettuano tranquillamente a distanza». Eppure, gli utenti insoddisfatti sono parecchi... «La risposta è semplice: quando si gestiscono 21 milioni di clienti e 26 milioni di linee alcuni disagi sono fisiologici. Parliamo infatti di poche migliaia di persone, con le quali ci scusiamo, ma che rappresentano una percentuale minima su uno standard di soddisfazione superiore al 95 per cento». E gli altri? Stessero anche tutti sulle dita di una mano, non avrebbero diritto al servizio efficiente per cui pagano? «Certamente. La Telecom è perfettibile, ci stiamo lavorando. Ma il canale per segnalare guasti o anomalie resta il 187». Il 187 infatti, assorbe proteste come una spugna. Anche gli operatori, come gli utenti, hanno qualcosa da denunciare: lo stress li sfianca. Chiunque abbia un problema con il telefono fisso o con il cellulare chiama lì e scarica la sua rabbia contro la voce senza volto dall’altra parte. Una situazione tanto tipica da finire al cinema: uno dei momenti topici de «I giorni dell’abbandono», l’ultimo film di Roberto Faenza, è quando Margherita Buy, già a terra per la fuga del marito, scende alla cabina e cerca disperatamente di contattare un tecnico che le aggiusti il telefono rotto. Niente di più facile: «Abbiamo registrato il suo problema, interverremo il prima possibile». L’immedesimazione di spettatrici e spettatori è totale.
giovedì 17 novembre 2005
A mali estremi...gli estremi dei dealer
Quante volte invece ci/vi è stato detto che "quei particolari dati non si potevano fornire al cliente?" E i casi di diniego citando infondatamente una legge che tutela paradossalmente lo stesso utente, pare che aumentino...ho qualche ipotesi su quale società telefonica possa essere implicata...ma non facciamo nomi...per privacy appunto ;-)
Tlc: cellulari intestati ad insaputa degli interessati. Interviene il Garante
Severo monito agli operatori. Riconosciuto il diritto degli interessati danneggiati di conoscere come è avvenuto l’illecito anche presso il rivenditore
Ancora un caso, piuttosto grave, in cui una persona si è ritrovata intestataria di 127 schede telefoniche per apparecchi cellulari senza che l’interessato ne avesse fatto alcuna richiesta e ne fosse informato. La gravità è emersa anche dal fatto che una di queste schede è stata oggetto di delicate indagini penali per omicidio nelle quali l’interessato è stato quindi coinvolto. La società aveva persino negato all’interessato l’accesso ai dati che lo riguardano, e per giunta continuava a mandargli pubblicità per schede mai volontariamente attivate.
È stata quindi riconosciuta la grave violazione dei diritti dell’interessato, al quale è stato anche garantito di accedere -contrariamente all’indebito rifiuto dapprima opposto al medesimo interessato- ai dati che riguardavano il numero delle utenze, la data della loro attivazione e le fonte dei dati.
Questi principi, ribaditi dal nuovo Codice entrato in vigore lo scorso 1° gennaio, sono stati fatti rispettare grazie all’intervento dell’Autorità garante che ha accolto il ricorso di un utente contro un gestore telefonico.
Non è la prima volta che cittadini ignari si rivolgono al Garante scoprendo di essere intestatari di numerose carte telefoniche da loro mai attivate, a volte usate addirittura per compiere truffe o altri reati, con ovvie conseguenze per gli intestatari almeno nella prima fase delle indagini. É stato ritenuto, quindi, illegittimo il rifiuto delle società di consentire agli interessati, in favore dei quali si era magari soltanto bloccato l’uso delle carte, di accedere ai dati personali detenuti dalle società stesse e di venire a conoscenza come e dove le schede erano state intestate. In alcuni casi si è determinata anche una conseguenza paradossale: disattivando una sim card da lui mai attivata, l’intestatario è stato a torto non ammesso ad accedere ai suoi dati d’utenza e ad utilizzarli a sua discolpa.
Il diritto di accesso ai dati personali dell’interessato, tutela invece, almeno in parte, questo rischio: conoscere informazioni riguardo all’utenza e gli estremi del dealer che ha effettuato l’attivazione delle carte telefoniche in oggetto possono essere strumenti importanti per il malcapitato, utilizzabili in sede di difesa.
È quanto si era appunto verificato al ricorrente che, a seguito di una segnalazione, aveva scoperto di essere intestatario di 127 carte telefoniche. Alla richiesta di conoscere i propri dati di utenza ha subito un netto rifiuto da parte della società telefonica che aveva motivato il diniego citando infondatamente l’art.132 del Codice della privacy e sostenendo di non essere tenuta a fornire dati di traffico telefonico di sim card disattivate, dopo lo scadere dei sei mesi necessari alla fatturazione.
Ritenutosi leso nell’esercizio del proprio diritto d’accesso l’utente ha presentato ricorso al Garante, il quale ha rilevato che era infondata l’eccezione formulata dalla società riguardo ai termini temporali, perché la predetta disposizione del Codice si riferisce unicamente ai dati di traffico e non anche agli estremi identificativi delle utenze.
L’interessato ha diritto di conoscere l’esistenza di dati personali che lo riguardano, la loro comunicazione in forma intelligibile, l’indicazione della loro origine e dell’uso che ne viene fatto. In tal modo, sia che vi sia un dealer solo, sia che ve ne siano molti, risulta più agevole ricostruire le modalità in cui la truffa telefonica viene gestita.
Alla società di telefonia sono state addebitate le spese del procedimento, che dovranno essere liquidate direttamente a favore del ricorrente. Inoltre il Garante ha disposto ulteriori accertamenti in ordine al più generale comportamento della società e dei dealer rispetto all’illecita intestazione di carte telefoniche.
Ancora un caso, piuttosto grave, in cui una persona si è ritrovata intestataria di 127 schede telefoniche per apparecchi cellulari senza che l’interessato ne avesse fatto alcuna richiesta e ne fosse informato. La gravità è emersa anche dal fatto che una di queste schede è stata oggetto di delicate indagini penali per omicidio nelle quali l’interessato è stato quindi coinvolto. La società aveva persino negato all’interessato l’accesso ai dati che lo riguardano, e per giunta continuava a mandargli pubblicità per schede mai volontariamente attivate.
È stata quindi riconosciuta la grave violazione dei diritti dell’interessato, al quale è stato anche garantito di accedere -contrariamente all’indebito rifiuto dapprima opposto al medesimo interessato- ai dati che riguardavano il numero delle utenze, la data della loro attivazione e le fonte dei dati.
Questi principi, ribaditi dal nuovo Codice entrato in vigore lo scorso 1° gennaio, sono stati fatti rispettare grazie all’intervento dell’Autorità garante che ha accolto il ricorso di un utente contro un gestore telefonico.
Non è la prima volta che cittadini ignari si rivolgono al Garante scoprendo di essere intestatari di numerose carte telefoniche da loro mai attivate, a volte usate addirittura per compiere truffe o altri reati, con ovvie conseguenze per gli intestatari almeno nella prima fase delle indagini. É stato ritenuto, quindi, illegittimo il rifiuto delle società di consentire agli interessati, in favore dei quali si era magari soltanto bloccato l’uso delle carte, di accedere ai dati personali detenuti dalle società stesse e di venire a conoscenza come e dove le schede erano state intestate. In alcuni casi si è determinata anche una conseguenza paradossale: disattivando una sim card da lui mai attivata, l’intestatario è stato a torto non ammesso ad accedere ai suoi dati d’utenza e ad utilizzarli a sua discolpa.
Il diritto di accesso ai dati personali dell’interessato, tutela invece, almeno in parte, questo rischio: conoscere informazioni riguardo all’utenza e gli estremi del dealer che ha effettuato l’attivazione delle carte telefoniche in oggetto possono essere strumenti importanti per il malcapitato, utilizzabili in sede di difesa.
È quanto si era appunto verificato al ricorrente che, a seguito di una segnalazione, aveva scoperto di essere intestatario di 127 carte telefoniche. Alla richiesta di conoscere i propri dati di utenza ha subito un netto rifiuto da parte della società telefonica che aveva motivato il diniego citando infondatamente l’art.132 del Codice della privacy e sostenendo di non essere tenuta a fornire dati di traffico telefonico di sim card disattivate, dopo lo scadere dei sei mesi necessari alla fatturazione.
Ritenutosi leso nell’esercizio del proprio diritto d’accesso l’utente ha presentato ricorso al Garante, il quale ha rilevato che era infondata l’eccezione formulata dalla società riguardo ai termini temporali, perché la predetta disposizione del Codice si riferisce unicamente ai dati di traffico e non anche agli estremi identificativi delle utenze.
L’interessato ha diritto di conoscere l’esistenza di dati personali che lo riguardano, la loro comunicazione in forma intelligibile, l’indicazione della loro origine e dell’uso che ne viene fatto. In tal modo, sia che vi sia un dealer solo, sia che ve ne siano molti, risulta più agevole ricostruire le modalità in cui la truffa telefonica viene gestita.
Alla società di telefonia sono state addebitate le spese del procedimento, che dovranno essere liquidate direttamente a favore del ricorrente. Inoltre il Garante ha disposto ulteriori accertamenti in ordine al più generale comportamento della società e dei dealer rispetto all’illecita intestazione di carte telefoniche.
dalla NEWSLETTER DEL GARANTE DELLA PRIVACYN. 219 del 28 giugno – 4 luglio 2004
sabato 10 settembre 2005
Compa...rizione pubblica

Quale migliore occasione di farsi conoscere?
E infatti DATACONTACT è presente per la prima volta al salone europeo della comunicazione pubblica.
La presentazione
mercoledì 10 agosto 2005
Che stress l'antistress!
Le best practices esportate all'estero vanno bene, e agli outsourcer del Bel Paese quando? Pensate un pò che a richieste di approfondimento in merito ad una relazione tenuta dal responsabile 'risorse umane' sulle tappe di gestione del primo semestre del primo semestre 2005, rivolte a vari responsabili di TIM, non ho mai ricevuto risposta...
L'azienda alla scoperta del benessere
Competenze personali del manager del benessere
«Quanto alle competenze personali, deve trattarsi di un grande ascoltatore capace di saper cogliere le esigenze del personale».
«Chi si occupa di benessere del personale deve essere dotato di competenze e professionalità variegate», aggiunge Ciro Di Cecio, responsabile risorse umane di Tim.
La compagnia di telefonia mobile del gruppo Telecom Italia ha realizzato un programma, denominato «I care» per garantire un bilanciamento fra vita privata e vita lavorativa delle risorse umane, che si traduce in presidi sanitari interni agli uffici, aree benessere con palestre, centri anti-stress e fisioterapia, asili-nido e aree di caring. «Il benessere in ufficio diventa fondamentale in un'azienda che investe molto sulla professionalità delle proprie risorse», aggiunge Di Cecio. «Tim è composta da persone con un'età media di poco superiore ai 30 anni, di cui il 50% sono donne». E le persone che la società impiega nel settore wellness vengono soprattutto «dalla divisione risorse umane, perché devono aver maturato esperienza nella gestione del personale, oltre a mostrare fiuto nel selezionare e identificare i bisogni. Per svolgere questa professione», conclude Di Cecio, «è necessaria cultura universitaria, con preferenza per le discipline psico-pedagogiche o legali».
E opportunità si aprono anche per chi vuole fare un'esperienza all'estero: «Stiamo esportando le best pratices nelle nostre controllate estere», aggiunge, «per cui sono avvantaggiate figure che sanno coniugare le qualità già citate, con la conoscenza della lingua del Paese in cui saranno chiamato a operare e anche una conoscenza base delle normative del luogo».
Ma non sono tagliati fuori da queste opportunità neanche i professionisti con formazione di tipo scientifica. Come dimostra il caso di Sun microsystem. Il gigante dell'Information technology ha affidato al suo facility manager, Fabio Tedesco, il compito di assicurare il benessere dei dipendenti nel progettare gli spazi della nuova sede italiana del gruppo. «Abbiamo distribuito tra i dipendenti un questionario per raccogliere consigli sul viver ben in ufficio», spiega Tedesco, architetto, «quindi abbiamo agito di conseguenza nell'organizzare gli spazi, puntando su colori caldi, sedie e scrivanie confortevoli, la giusta illuminazione». Strategie che mirano a superare quello che unanimemente viene ormai riconosciuto come «mal d'ufficio».
Tanto che uno studio dell'Unione europea ha rilevato come il 33% delle persone che lavora in ufficio è affetto da mal di schiena, il 23% da dolori muscolari al collo e alle spalle, mentre il 28% è vittima dello stress e un altro 23% accusa un senso di affaticamento generale.
Sun ha poi predisposto una serie di servizi aggiuntivi, «come il servizio di catering, che tiene in considerazione anche le esigenze dei vegetariani e di chi segue una dieta dissociata». Per svolgere l'attività di addetto al benessere, secondo Tedesco, sono perciò necessarie «competenze tecniche, unite a un approccio umanistico ai problemi e alle esigenze.
Il professionista in questione deve sapersi interfacciare con le altre risorse presenti in azienda, a cominciare da chi si occupa delle risorse umane e chi gestisce il budget».
E per chi vuole intraprendere la carriera di manager del benessere dopo aver completato gli studi universitari, esiste un master organizzato dalla Fondazione «Aldini Valeriani» di Bologna in «Human resource development», ovvero in sviluppo della persona nelle organizzazioni.
Rivolto a laureati di tutte le facoltà, con qualche eccezione per i non laureati già al lavoro, offre una formazione che spazia dalla gestione delle risorse umane alle teorie dell'organizzazione pubblica e privata, passando per la psicologia del lavoro, le tecniche di selezione e la comunicazione.
Autore: Luigi Dell'OlioFonte: ItaliaOggi Sette - 18 Aprile 2005
Competenze personali del manager del benessere
«Quanto alle competenze personali, deve trattarsi di un grande ascoltatore capace di saper cogliere le esigenze del personale».
«Chi si occupa di benessere del personale deve essere dotato di competenze e professionalità variegate», aggiunge Ciro Di Cecio, responsabile risorse umane di Tim.
La compagnia di telefonia mobile del gruppo Telecom Italia ha realizzato un programma, denominato «I care» per garantire un bilanciamento fra vita privata e vita lavorativa delle risorse umane, che si traduce in presidi sanitari interni agli uffici, aree benessere con palestre, centri anti-stress e fisioterapia, asili-nido e aree di caring. «Il benessere in ufficio diventa fondamentale in un'azienda che investe molto sulla professionalità delle proprie risorse», aggiunge Di Cecio. «Tim è composta da persone con un'età media di poco superiore ai 30 anni, di cui il 50% sono donne». E le persone che la società impiega nel settore wellness vengono soprattutto «dalla divisione risorse umane, perché devono aver maturato esperienza nella gestione del personale, oltre a mostrare fiuto nel selezionare e identificare i bisogni. Per svolgere questa professione», conclude Di Cecio, «è necessaria cultura universitaria, con preferenza per le discipline psico-pedagogiche o legali».
E opportunità si aprono anche per chi vuole fare un'esperienza all'estero: «Stiamo esportando le best pratices nelle nostre controllate estere», aggiunge, «per cui sono avvantaggiate figure che sanno coniugare le qualità già citate, con la conoscenza della lingua del Paese in cui saranno chiamato a operare e anche una conoscenza base delle normative del luogo».
Ma non sono tagliati fuori da queste opportunità neanche i professionisti con formazione di tipo scientifica. Come dimostra il caso di Sun microsystem. Il gigante dell'Information technology ha affidato al suo facility manager, Fabio Tedesco, il compito di assicurare il benessere dei dipendenti nel progettare gli spazi della nuova sede italiana del gruppo. «Abbiamo distribuito tra i dipendenti un questionario per raccogliere consigli sul viver ben in ufficio», spiega Tedesco, architetto, «quindi abbiamo agito di conseguenza nell'organizzare gli spazi, puntando su colori caldi, sedie e scrivanie confortevoli, la giusta illuminazione». Strategie che mirano a superare quello che unanimemente viene ormai riconosciuto come «mal d'ufficio».
Tanto che uno studio dell'Unione europea ha rilevato come il 33% delle persone che lavora in ufficio è affetto da mal di schiena, il 23% da dolori muscolari al collo e alle spalle, mentre il 28% è vittima dello stress e un altro 23% accusa un senso di affaticamento generale.
Sun ha poi predisposto una serie di servizi aggiuntivi, «come il servizio di catering, che tiene in considerazione anche le esigenze dei vegetariani e di chi segue una dieta dissociata». Per svolgere l'attività di addetto al benessere, secondo Tedesco, sono perciò necessarie «competenze tecniche, unite a un approccio umanistico ai problemi e alle esigenze.
Il professionista in questione deve sapersi interfacciare con le altre risorse presenti in azienda, a cominciare da chi si occupa delle risorse umane e chi gestisce il budget».
E per chi vuole intraprendere la carriera di manager del benessere dopo aver completato gli studi universitari, esiste un master organizzato dalla Fondazione «Aldini Valeriani» di Bologna in «Human resource development», ovvero in sviluppo della persona nelle organizzazioni.
Rivolto a laureati di tutte le facoltà, con qualche eccezione per i non laureati già al lavoro, offre una formazione che spazia dalla gestione delle risorse umane alle teorie dell'organizzazione pubblica e privata, passando per la psicologia del lavoro, le tecniche di selezione e la comunicazione.
Autore: Luigi Dell'OlioFonte: ItaliaOggi Sette - 18 Aprile 2005
Profondo scoramento
dal blog di nico lamattina (consulente indipendente in comunicazione e nuovi media) riprendo e appoggio in pieno le riflessioni riportate:Il 20 luglio 2005, ho assistito a una tavola rotonda sull’outsourcing organizzata dall’Associazione Nuovi Lavori. L’incontro era moderato da Massimo Mascini (Il Sole 24 Ore) e vi hanno partecipato Luciano Scalia (direttore risorse umane e organizzazione del Gruppo Cos), Paolo Pirani (segretario confederale della Uil), Giorgio Santini (direttore confederale della Cisl) ed Enzo Mattina (vicepresidente di Quanta). Tra i vari interventi, quello di Luciano Scalia ha fatto esplicito riferimento all’outsourcing nel settore del customer care. In estrema sintesi:
le aziende ricorrono all’outsourcing per la gestione delle attività non-core, ossia di quanto non attiene alla missione aziendale, con l’obiettivo di ottimizzare i costi, tant’è che l’affidamento in outsourcing avviene normalmente con gare al ribasso;
le componenti di un sistema di customer care sono la tecnologia e il personale, per cui la competitività di chi fa outsourcing si misura sulla sua capacità di contenere i costi dell’infrastruttura tecnologica e della gestione del personale. Di conseguenza, la stragrande maggioranza di chi lavora nei call center è assunta con contratti a progetto.
Ovviamente, la presenza dei tre sindacalisti ha spostato l’attenzione sulle tutele ai lavoratori, ma a me sembra più interessante notare un altro aspetto. Trovo infatti paradossale che un’azienda consideri la relazione con il cliente un’attività non-core e la affidi all’esterno al miglior prezzo possibile. E’ pur vero che le aziende – soprattutto quelle che producono – non sono abituate a gestire il rapporto con i propri consumatori e ricorrono da sempre a intermediari; tuttavia, c’è una differenza sostanziale tra come vengono percepiti un negoziante e un addetto al call center. Il primo, infatti, ha un’identità autonoma rispetto alla marca di cui vende i prodotti e i suoi comportamenti influenzano l’immagine di ciò che vende solo parzialmente. Chi risponde al numero verde, invece, è a tutti gli effetti un rappresentante diretto della marca e il suo comportamento influisce senza mediazioni sulla percezione che ne ha il cliente. Come fa un ragazzo o una ragazza con un contratto precario, che lavora in una struttura in cui l’unica cosa che conta veramente è il contenimento dei costi e che, magari, non hai mai provato il prodotto di cui parla, a farsi portavoce della marca con un cliente? A difendere il prodotto quando c’è un problema? A farsi carico del quesito del cliente, cercando comunque una soluzione per risolverlo, magari andando al di là di una rigida procedura informatica? Non è un caso che la maggior parte dei customer care cui ci dobbiamo rivolgere quando abbiamo un problema con un prodotto siano irritanti e di poco aiuto.
le aziende ricorrono all’outsourcing per la gestione delle attività non-core, ossia di quanto non attiene alla missione aziendale, con l’obiettivo di ottimizzare i costi, tant’è che l’affidamento in outsourcing avviene normalmente con gare al ribasso;
le componenti di un sistema di customer care sono la tecnologia e il personale, per cui la competitività di chi fa outsourcing si misura sulla sua capacità di contenere i costi dell’infrastruttura tecnologica e della gestione del personale. Di conseguenza, la stragrande maggioranza di chi lavora nei call center è assunta con contratti a progetto.
Ovviamente, la presenza dei tre sindacalisti ha spostato l’attenzione sulle tutele ai lavoratori, ma a me sembra più interessante notare un altro aspetto. Trovo infatti paradossale che un’azienda consideri la relazione con il cliente un’attività non-core e la affidi all’esterno al miglior prezzo possibile. E’ pur vero che le aziende – soprattutto quelle che producono – non sono abituate a gestire il rapporto con i propri consumatori e ricorrono da sempre a intermediari; tuttavia, c’è una differenza sostanziale tra come vengono percepiti un negoziante e un addetto al call center. Il primo, infatti, ha un’identità autonoma rispetto alla marca di cui vende i prodotti e i suoi comportamenti influenzano l’immagine di ciò che vende solo parzialmente. Chi risponde al numero verde, invece, è a tutti gli effetti un rappresentante diretto della marca e il suo comportamento influisce senza mediazioni sulla percezione che ne ha il cliente. Come fa un ragazzo o una ragazza con un contratto precario, che lavora in una struttura in cui l’unica cosa che conta veramente è il contenimento dei costi e che, magari, non hai mai provato il prodotto di cui parla, a farsi portavoce della marca con un cliente? A difendere il prodotto quando c’è un problema? A farsi carico del quesito del cliente, cercando comunque una soluzione per risolverlo, magari andando al di là di una rigida procedura informatica? Non è un caso che la maggior parte dei customer care cui ci dobbiamo rivolgere quando abbiamo un problema con un prodotto siano irritanti e di poco aiuto.
giovedì 28 luglio 2005
Lamaro risveglio
Atesia, dopo i licenziamenti i precari in assemblea
Silenzio dall'azienda, ma c'è clima di paura
Silenzio dall'azienda, ma c'è clima di paura
Ad Atesia, call center della Tim, continua la mobilitazione dei lavoratori dopo le lettere di licenziamento di sabato per i 4 rappresentanti del collettivo. Ieri, davanti la sede di via Lamaro a Roma, si sono tenute tre diverse assemblee dei lavoratori, tutti con contratto precario, per discutere del nuovo giro di vite imposto dall'azienda. Azienda che dopo l'ultima "rappresaglia" non ha dato più notizie di sé, né ha risposto all'invito a partecipare all'assemblea. Contemporaneamente però gli addetti al call center denunciano un clima di tensione e di stretto controllo: «Gli assistenti di stanza controllano ogni movimento e se qualcuno è visto parlare con membri del collettivo viene puntualmente "squadrato" - denuncia Valerio, rappresentante del Collettivo, uno dei 4 licenziati sabato scorso - hanno generato un clima di terrore, adesso fra i lavoratori c'è persino paura di parlare». E continuano anche gli screzi con i sindacati confederali: «Dopo i licenziamenti ci aspettavamo sostegno, o perlomeno solidarietà. Invece la Cgil ha invitato i lavoratori a stare buoni perché altrimenti fanno la nostra fine». A settembre Atesia proporrà ai dipendenti i nuovi contratti, molti dei quali sono di apprendistato (anche a persone che lavorano da anni nel call center): «Questa è una proposta illegale, in contrasto addirittura con quanto prevede la legge 30: il numero di apprendisti in azienda deve essere uguale a quello dei lavoratori subordinati e qualificati che svolgono la stessa mansione, proprio perché un apprendista, in teoria, dovrebbe poter apprendere. Il problema è che - conclude Valerio - qua di subordinati non ce ne sono».
sabato 25 giugno 2005
Un corso per psicologi a Milano
Qualora vorreste "esplorare motivazioni e valori, prefigurare scenari, investigare i molteplici e mutevoli driver del comportamento dei consumatori e non solo"... vi tocca andare qui
clikka per ingrandire
martedì 14 giugno 2005
Irripetibili situazioni
Quante volte, dinanzi ad esilaranti ed IRRIPETIBILI situazioni, avremmo voluto registrare e far ascoltare ai nostri increduli amici proprio ciò che abbiamo sentito con le nostre orecchie? Dal megasito del costruttore AVAYA un apparecchietto che pare promettere quello che tutti vorremmo (registrare le chiamate) ma che le varie leggi sulla privacy non ci permettono.OP: Mi può dare il codice di avviamento
postale?
CL: Cosa?
OP: Il codice di avviamento postale!
CL: Non ho capito!
OP: Signora, il c.a.p.!!
CL: Aaah! Il capoluogo!
Foto tratta dal link http://www.avayaheadsets.com/images/mx10.jpg
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